Ode al tempo della Jelinek

Ch’ella è colei che nominata in fuori dello territorio di tedesca lingua
te spaventa l’orecchio, l’occhio e le casse dello teatro non rimpingua
ma invero niuno delli spazi che chiamati sono all’arte del playare
se posson dire certi de poterlo ripagare
lo artista
della fatica fatta e finita
e indi che per scommessa lo tempo noi mettiamo
a fare ciò per cui tu pensi : io amo
che la questione è alfin assai complessa e certo la signora non è fessa
che di parole e incastri de pensiero te sconvolge il mondo intiero
se mette con l’impegno e la sua treccia
a criticar assai d’Austria la feccia
e non sol del solo di sua nascenza
lei alla coscienza vo parlare, ci scherza, ci schernisce, fa del male
ma a tutte quelle menti che non accettan de restare indifferenti
che vogliono agitare, smottare e far crollare
le sicurezze e il benpensare
indi dovria spremer le meningi per districar lo immenso fiume
e lo sunnominato non a caso
che dello istesso ella fe più volte uso
non solo per parlare dell’abuso e de vizi e cazzi e mazzi de noialtri
ma infin per dar de poesia la crudele imago
de la vecchiezza, dello svago che invero a dir svagato è giusto
del resto della testa che rimane insana
e te fa dir a chit’ama : te sei puttana
in sponde poi allo fiume, ma non d’importanza bassa
ce stanno banche, sparizioni e viaggi de stranieri
ci stanno i cazzi, appunto
e il tempo che ci fa da contrappunto
il tempo
che lei ne fa di grande campo per la riflessione, lo smarrimento, la rivoluzione
te fa pensar che non c’è solo quello
che guardi li riflesso nel pendaglio
a cui hai attaccato sto quadrante
che ticche tacche a volte sono tante
se poche te ne trovi , è andata, or non riprovi
il tempo è ormai scaduto
mi spiace, l’hai perduto
lei spreme con il verbo la parola e mille ne diventa
non lei sola
de sotto ha da passare e di fianco
lo senti scivolare, or sei stanco
lo pensi e inver lo vedi
ma tanto non esiste
sei tu che l’hai inventato
ti giri, solo un passo e t’ha fregato
lei molto con le note lo mette drentro
non quelle che alla scola  rendon scontento lo studente
ma le disseminate in quinto rigo
che a volte rendon l’uomo molto figo
la donna ricercata e assai di moda
di musica se parla allor, ma quella colta
che spesso nella radio non s’ascolta
e allor se mettano da parte quel figume dello sciattume
de canzonetta facile e ritmata
che canta quella bionda sgallettata
se parla de rincorse in ritmi alti
de tempo che t’insegue come un toro
che se ti prende ti spacca le budella, ti squarcia in due
che lui, se vole, te rende roba da nulla
che senti de voler tornare in culla
con quella madre , che anche lei ha parte grande
in questo scritto che nel profondo scende
e tempo , adesso, non ne è rimasto più
se te lo perdi ti tocca de sentirti come un fallito
una merda
un inetto
abietto e relegato ad essere finito
rimpatriato, non capito
ella, per fartelo capire, te spiega che sei li in camminata
e senti la stanchezza ormai pesante
te vuoi fermare solo un breve istante
ma come in incubo t’accorgi che per il tempo tuo, ch’è passato
tu già sei là, dove non sei stato
ma già ci sei da sempre e de riposare
non se ne parla proprio, s’ha d’andare
e come scossa che ti prende al culo
te tocca de marciare come un mulo
è anche come se c’avessi di quelli cosi, come i contatori
con quella leva che salva dalla morte
e tu te senti tutto un movimento, un sovraeccitamento
de cosse che se muovono e son vitali
e per vivo restare le devi assai evitare
sono esse che ti salvano e ti danno la morte
che tragica è ora la tua sorte, che fare?
Dovria senza posa andare, andare, andare
scappare dalla terra sotto i piedi
sapendo che là il vuoto già c’attende
che il precipizio è già deciso, segnato
e nella mente senti solo : andato,andato, andante
più veloce, più veloce, hai perso già  l’istante
e va recuperato, no, non girarti
non va quadruplicato
il giro ruba solo un vital momento
non perderlo, continua, non badare allo smarrimento
accumula il perso e aggiungi spazio per quello che rimane
per quello che hai lasciato là, cane, cane
cosa pensavi, che sarebbe ritornato?
Che quel che è perso va poi riguadagnato
rimesso bene a posto, nel suo spazio
se non lo fai, attento, che ti cazzio
tu cerchi , guardi in la sperando di vedere
quello che hai sempre sotto il tuo sedere
ma il tuo destino è questo
ti sfugge dalle mani
è sempre in movimento quello
e se ti pare fermo è solo un’impressione
non fare quello sguardo da coglione
è stata solo una pausa, un buco
ma sempre in scorrimento
non essere sgomento
che qui la rischi grossa a pauseggiare
sei tu che l’hai deciso, lo produci
l’hai reso così audace
lo vedi? Già t’insegue per morderti i polpacci
non hai che d’andar lesto
e non lo inganni, nessun pretesto è buono per fermarsi
e quel che senti è già il sudor che cola
stai pur sereno e arrenditi : il tempo vola.
 
 
[Rif.: Die Zeit flieht (Il tempo vola), breve saggio di Jelinek di cui si trova un estratto a questo link]

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