Diario di Zona, prima pagina

Fine Dicembre ’11 / Prime 2 settimane Gennaio ’12

Faccio un lavoro atipico, oltre che precario: ogni settimana lavoro in una zona diversa di Torino, caratterizzata da un numero identificativo e da relativo numero di letture (dei contatori dell’acqua) che sono tenuto a fare. Ogni tre/quattro mesi capito nella stessa zona, ma non è sempre così. Nell’ultimo anno e mezzo ho fatto questo lavoro 8 ore al giorno 5 giorni alla settimana, incontrando persone diverse, vedendo cose belle e cose brutte. Per non perdere pezzi di vita proverò a scrivere qualcosa, ciò che vedo per strada, spero possa essere interessante.
Riassumo nelle righe che seguono cose accadute in giorni diversi.

Il contratto di lavoro è scaduto il 31/12 e nella prima settimana del 2012 ho lavorato tre giorni da martedì a giovedì. Aspettando il rinnovo. Intanto lavoro perché “tranquillo, te lo rinnoviamo, deve arrivare la copia del nuovo contratto”. Ma io tranquillo non sto. Chissà perché, vero?

Due libri mi hanno accompagnato durante i giorni del solstizio d’inverno fino a capodanno: Il potere del cane di Don Winslow e 1Q84 di Haruki Murakami.

Torno per strada dopo aver chiuso in bellezza il 2011 con una signora che prima, diffidente, non mi permette di fare la lettura del contatore dell’acqua di casa sua, liquidandomi con un appiccicaticcio “buon Natale”, poi, vedendomi al lavoro nel giardino dei suoi vicini, mi dice:
Loro non vogliono lavorare, noi invece…
Lascio cadere nel vuoto la frase, continuo a lavorare sapendo che si sta rivolgendo a me per farsi sentire dall’uomo che, con bici e carrettino pieno di roba recuperata dai cassonetti, si sta allontanando dal suo cancello. E lei imperterrita: non vogliono lavorare, noi invece dobbiamo fare tutto!
Loro chi, signora?
Loro loro, non lavorano e poi chiedono soldi.
Magari perché non c’è lavoro, o perché nessuno glielo vuol dare un lavoro, signora.
No no, è che non vogliono lavorare, sono sporchi.
La cosa prende decisamente una deriva antipatica e le chiedo:
Signora, nel vangelo non c’è scritto che siamo tutti uguali?
Sì, mi dice lei.
Sono ateo, a me sta bene così. Dico andando via.
(A dirla tutta pratico il Buddismo, ma questo non l’ho detto alla signora.)

“E la speranza di una redenzione da cinquecento anni di schiavitù. Mezzo millennio di oppressione e umiliazioni, di terribile, disperata, feroce povertà. E se Cristo non è venuto per redimerli da questo, tanto valeva dire che non era venuto affatto.” Don Winslow, Il potere del cane, pag. 344

Pochi giorni dopo, il pogrom al campo Rom e io non ne sono sorpreso. Il razzismo piccolo-borghese è la base su cui poggia la violenza che c’è a Torino, oltre il luccichio delle vetrine del centro.

Prima settimana

Zona 882, Crocetta: C.so Ferraris / C.so Einaudi / C.so Turati

Ho a che fare sopratutto con i portieri, alcuni gentili e disponibili a scambiare due parole (di solito mi fermo a parlare con uno filippino gentilissimo che mi chiede sempre se mi hanno fatto un contratto a tempo indeterminato, cosa ne penso del governo, per poi dispiacersi del fatto che “non c’è futuro”; c’è poi il rumeno che mi racconta episodi di gioventù) altri burberi, sbrigativi e diffidenti senza distinzione di genere:

Siamo sicuri?
Di cosa?
Che è lei?
In che senso?
Che deve fare sto lavoro.
Sì, guardi qui ho il tesserino, son vestito da operaio e le ho detto quello che c’è da fare e dove. Non basta?
Ma, non si sa mai, e poi il tesserino può essere falso.
Va bene, posso fare il lavoro o vado via?

Più o meno le cose prendono questa piega, e quando va così il/la portiere/a è di spiccata origine siciliana o pugliese o calabrese e non serve a niente provare a usare il mio accento calabro.

Una cosa che noto subito in Crocetta è che i residenti (che non penso abbiano grossi problemi economici, ma posso sbagliare) tendono a vestire con pochissimo gusto (le donne soprattutto, con mio enorme sconcerto). Sembra che non riescano a distinguere la moda dallo stile.

“Se non lo capisci da solo, non ci sono spiegazioni che possano fartelo capire.” Haruki Murakami, 1Q84, pag. 506

Seconda settimana:

Zona 862, San Salvario: C.so Massimo D’Azeglio / via Madama Cristina / C.so Dante / C.so Bramante.

La zona è un misto di palazzi “popolari” e “signorili”, seguendo la tassonomia con cui vengono classificate le abitazioni.
Un posto interessante per me è il rifugio notturno Umberto I° in via Ormea, con tanto di simbolo massone e targa del Lions Club della città. Un luogo che mi turba e mi rende inquieto, che associo a immagini (cinematografiche) di cene di beneficenza in cui i responsabili (a diverso titolo) dello sfruttamento si ritrovano d’accordo nel devolvere qualche spicciolo “per i meno fortunati e bisognosi”. Chissà a causa di cosa e di chi?

Mi guardo intorno: i piccioni regnano indisturbati nel giardinetto decorato dal guano, la libreria dei libri usati ha in vetrina le ultime uscite del 2011 già scontate, anche l’ultimo di Evangelisti che mi son promesso di comprare e leggere.

Il lavoro procede spedito, uno fra tanti mi apre solerte sia portone che porta della cantina, mi segue giù nei corridoi e sento che sta arrivando la domanda.
Sento che non sa se è il caso di farla.
Sento chiaramente il momento in cui sceglie e dice:

Senti, c’è stata una perdita nel tubo dell’acquedotto, l’acqua che s’è persa è segnata dal contatore?
No, dico, se la perdita è a monte.
Ah, quindi pagano loro!
Loro chi?
L’acquedotto.
No, l’acqua è di tutti mica è privata, paga la comunità.
Momenti di silenzio, mi guarda perplesso e vedo che alcuni ingranaggi cominciano a funzionare, pensieri che si associano. Finisco il mio lavoro e lui riprende:
Ah, già. L’acquedotto è comunale.
Eh, già.

Alla fine vedremo come andrà a finire, Smat è una S.p.A. e mi sembra che sia il neo sindaco che il nuovo governo nazionale abbiano intenzione di far altro rispetto all’esito del referendum. Siamo in demagogia, si sa.

E quanto costa l’acqua?
Di preciso non so, ma intorno a un euro al metro cubo.
Bastardi! dice lui, è cara.
Certo, faccio io, invece pagare 50 centesimi a bottiglia al supermercato è poco.

Di nuovo silenzio poi:

Ah, già.

Ogni tanto mi concedo un pranzo al caldo, preferisco le kebabberie per un panino/falafel. In zona ne trovo una gestita da un egiziano, la TV trasmette il discorso di Assad, inframezzato da immagini di folla urlante, mangio in silenzio incantato dai commenti di cui non capisco una parola e dalle immagini, chiedo al gestore cosa ne pensa. Un casino – mi dice – è un casino.

In via Madama Cristina 137 incontro la targa dell’ANPI dedicata a Pierluigi Silvano, scolaro, 27/04/1945.

Percorro le strade in bici, spesso le pagine sul palmare sono confuse e perciò si torna indietro, in strade in cui si è lavorato giorni prima. Torno in via Ormea, a pochi metri dal giardino bombardato dai piccioni, e c’è un tipo che urla qualcosa, cammina sul marciapiede opposto al mio e declama una serie di frasi che fanno più o meno così:

Non bastavano i meridionali
mò pure gli stranieri c’abbiamo
pecoroni d’italiani
non bastavano i meridionali,
altro che lega!
Pecoroni d’italiani

Incrocia un uomo sui 70 anni col cappello tirato giù sugli occhi e sciarpa al collo e dice:

Toh, guarda che faccia di siciliano! o no?
Mavaffanculovà! risponde il vecchio
Vaffanbagno si dice, no vaffanculo, vaffanbagno!
Pecoroni italiani,
non bastavano i meridionali…

e continuando si allontana.

C’è un muro in via Giotto angolo via Canova, è il muro di fondo della Microtecnica, su cui stanno alcuni manifesti dei fasci del nuovo millennio (quelli che pestano, che ammazzano, che in questo paese c’è un sindaco che li sistema un po’ ovunque ). Li guardo ancora una volta, sono sbiaditi dall’ultima volta che li ho visti.
Tre persone sono morte a Firenze per mano di un loro affiliato. Loro è la responsabilità e fosse per me li manderei a spianare montagne.
Monto in bici,torno casa canticchiando il ritornello di Mappe della libertà – Assalti Frontali

Ps: hier segnalo un ottimo post su come è stato raccontato il triplice omicidio dai quotidiani.