Diario di Zona, ottava pagina

La prima cantina che visito è quella del palazzo in cui vivo, comincio la giornata da quella. La scala è un po’ ripida, 16 scalini in tutto. Vado giù a prendere la bicicletta. Controllo prima se le ruote hanno bisogno di una gonfiata, se la catena ha bisogno di un po’ di olio, poi me la carico sulla spalla e la porto su. La giornata di lavoro comincia.
Ogni mattina in salita.

La casa dove vivo è dei primi del novecento, la cantina è in buono stato. I mattoni a vista, pavimento in terra battuta, porte in legno. Appena ci siamo trasferiti in questa casa l’ho percorsa sperando fosse collegata con le altre dei palazzi vicini. Ingenuamente pensavo potesse essere un esempio di collegamenti della Torino sotterranea, ma non è così.
Il cancello ha una serratura piuttosto semplice (la apro con un passepartout) e un catenaccio blindatissimo che, tramite una catena conficcata nel muro, dovrebbe scoraggiare temibili malintenzionati.
I malintenzionati vengono tenuti lontani innanzitutto grazie alla chiusura del portone principale, poi dalla presenza vigile e ruspante della nostra agguerrita portinaia.
Due cartelli, redatti a quattro mani dalla padrona di casa e dalla portinaia – di fatto luogotenente – regolamentano il traffico di merci e persone nelle scale, nel cortile e nella cantina. Su entrambi spicca per frequenza la parola tassativamente: bisogna chiudere tassativamente il portone, la cantina (questa con doppia mandata), portare giù la carta solo il sabato pomeriggio.
Un paio di anni fa lasciai la bici in cortile per 10 minuti, il tempo di portare in casa le buste della spesa. Tornai giù e mi avevano lasciato solo la catena troncata e il lucchetto ancora attaccato. Era il giorno di pausa della portinaia, i malintenzionati sanno benissimo quando colpire.

I giorni volano, mi ritrovo a ripercorrere le strade della Zona 955, tre mesi sono volati e la primavera è di là a venire. A me sembra sempre di non essermi mai allontanato di molto dalla zona in cui, di volta in volta, inizio a lavorare.
Intanto fa freddo.

C.so Galileo Ferraris/C.so Unione sovietica, C.so Sebastopoli, Via G. Bruno, Via Montevideo

I due contatori dell’ospedale Koelliker sono primi da leggere. Lego la bici, saluto la signora con i bambini che, seduta per terra all’angolo dell’edificio, chiede l’elemosina, e mi tuffo nel tombino fra tubi enormi, manometri e valvole, per fare la prima lettura e timbrare il cartellino d’inizio giornata. Per il secondo mi tocca entrare, superare le sale di attesa, salutare le persone che stanno lì e mi guardano percorrere i corridoi con la divisa con bande ad alta visibilità, palmare e un poco rassicurante palanchino .
Davanti all’ufficio tecnico aspetto l’addetto alla manutenzione, che mi dovrà accompagnare all’interno della struttura. Arriva fischiettando, mi saluta e dopo aver realizzato che sono ‘proprio quello di quattro mesi fa’ comincia ad aggiornarmi sul recupero ottimale della sua spalla dopo l’incidente in bici, sul numero di donne che si è portato a letto negli ultimi tre mesi, sul rapporto col suo capo ‘che è un gran bastardo’. Confidenze gratuite che danno per scontata una presupposta, presunta e appiccicosa complicità fra maschi. Anche se non ci conosciamo. Ad ogni modo reggo il gioco per quanto posso, faccio il mio lavoro e vado via.

Le villette con giardino che sono in zona stanno strette fra il traffico di c.so Galileo Ferraris e quello di c.so Unione Sovietica. L’accoglienza è sempre gentile, anche da parte delle signore più anziane. Le cantine sono enormi, ben tenute, praticamente degli appartamenti seminterrati. Alcune più grandi dell’appartamento che i miei sono riusciti a comprare con un mutuo ventennale.
In una vedo la riproduzione in scala, alta circa 40 cm, del genio che sta in cima al monumento al traforo del Frejus. Un pianoforte a coda come nell’angolo di un salotto. Il padrone di casa è un ex-ingegnere che partecipò alla restaurazione del monumento anni fa e la copia è un regalo. Chiedo cosa ne pensi del tunnel che vogliono scavare in Val di Susa per il TAV. Mi dice che non ha un’idea precisa.
Sbrigo il mio lavoro in poco più di un minuto, il contatore è girato verso il muro e non è facile scattare la foto. Rimette a posto i libri che stanno davanti alla cassetta del contatore e andiamo su, al piano terra. Mi accompagna alla porta che dal giardino dà sulla strada.

Grazie e buona giornata.
Arrivederci e buon lavoro a lei.
Grazie.
Buongiorno, buongiorno.

In questi ultimi anni torinesi non ho potuto non notare che i saluti possono dilungarsi in modo sorprendente.

Pochissimi i condomini con custode in zona, in uno c’è il sostituto.

Eh, non si può fare. Non ho la chiave della “clava”.
Manca la chiave dell’autoclave?
Sì, la custode non c’è e non so dove tiene le chiavi.
Briga un po’, cerca in un cassetto e forse trova il mazzo di chiavi disperso.
Andiamo giù con uno degli ascensori, facciamo un giro lunghissimo, non ho un grande senso dell’orientamento ma è evidente che abbiamo preso la strada sbagliata.
Ecco, dovevamo fare dall’altra parte, mi dice. La prossima volta si discordi: l’ascensore numero C.
Va bene, non mancherò.

Passo in via Tunisi e entro nel complesso di case popolari che occupa un intero isolato. Grazie ai passepartout ho accesso a quasi tutte le cantine del complesso, il lavoro procede spedito. Gli edifici sono stati costruiti durante il periodo del boom economico, nelle cantine c’è amianto. Fino a pochi anni fa veniva usato normalmente nelle costruzioni mischiato al cemento: basso costo e durata eterna, case per il popolo.
Negli ultimi mesi ci sono state alcune sentenze e relative condanne ai patron dell’amianto.
Un foglio della ATC attaccato alle porte delle cantine recita che:
E’ vietato entrare; Compiere azioni di disturbo dei manufatti; Fumare; Movimentarli.
Mi sento un po’ stupido a indossare la mascherina per andare nelle cantine, che sono normalmente usate da chi ci abita. Ci sono bambini che giocano nei cortili e l’amianto è li a pochi metri.

In via Montevideo, sempre all’interno dell’area dei palazzi ATC incontro la targa a:
Alberto Appendino, partigiano.

Dai balconi qualcuno mi osserva lavorare, qualcuno mi chiede cosa stia facendo, altri guardano e basta.
Un signore mi vede uscire da un portone e mi dice:
Stavo giusto chiedendo alla guagliona delle pulizie… tu che ci stai a fare qua?
Faccio la lettura dei contatori dell’acqua.
Di tutti gli appartamenti? E non ti passa cchiù. Ma poi non ci stanno i contatori.
Infatti leggo quelli condominiali in cantina.
Ah. Ma qui un si capisce nente. Ci vorrebbe un amministratore coi controcoglioni.
Il vostro è dell’ATC.
Si, quello, il geomentra. Ma non è uno dei nostri. Prima c’era, ma si sò comprati pure a quello. Non controlla nessuno. Stai a sentire, no? C’hanno aumentato il riscaldamento a 1.200 €, ora l’aliquota l’hanno abbassata, dicono. Che qua sai cosa vuol dire 300€ in più per 500 famiglie? Arrivi ai miliardi!

Via Carlo Pizzorno 1922 – 1944, partigiano, caduto per la Libertà.

Venite sempre all’ora per rompere le palle voi, eh?
Ci pagano giusto per quello signora.
C’è stato molto consumo?
No, signora.
Meno male va; che qui tra chi va e chi viene non si capisce niente in queste famiglie, e si tira a campare.

Ancora via Tunisi, scuola G. B. Vico. Il contatore è all’esterno della struttura principale, in un locale enorme. Attaccato alla porta di ingresso c’è un foglio dell’ufficio animali del comune che ricorda a tutti di “accertarsi, prima di chiudere questa porta, che non ci siano gatti dentro”. Vado giù, lungo le scale un deposito di polvere alta un paio di centimetri. Nessun gatto dentro. Torno su e chiudo la porta attento a non imprigionare nessuno.

Credo che il luogo più importante di questa zona sia lo stadio Filadelfia, o almeno i resti che sono ancora in piedi. Ne sapevo veramente poco e non senza irritazione leggevo nei mesi scorsi le dichiarazioni di molti politici che promettevano, in caso di vittoria alle comunali, la “rinascita del Filadelfia”.
Ma perché tanta enfasi per ricostruire uno stadio? Ci sono studenti a cui non hanno dato la borsa di studio, i finanziamenti alla cultura sono quelli che sono, ci sono persone che rovistano fra i bidoni della spazzatura in cerca di roba da rivendere o usare. Ho visto anche anziani rovistare fra i bidoni dei supermercati.
Perché, quindi, ricostruire uno stadio?

Davanti all’ingresso del Filadelfia c’è il laboratorio di un ciabattino. In vetrina ci sono un paio di vecchie scarpe da calcio, sulla targhetta c’è il nome di Bacigalupo, alcune foto del “Grande Torino”, una di Giuseppe Verdi, un vecchio articolo di giornale, foto di Superga e altri cimeli. Dietro il bancone c’è un signore anziano, sta riparando un paio di scarpe. Decido di entrare, un’aria d’opera mi accoglie. Tutto intorno sono appese alcune chitarre, un banjo, un paio di mandolini, un violino. Diverse foto del Filadelfia e della squadra leggendaria. C’è anche la foto di Pertini. Chiedo se quelle in vetrina sono davvero le scarpe del portiere del Toro.
Certamente, mi dice.
Mi presento e chiedo da quanto tempo lavori lì: da una vita. I giocatori del Toro erano suoi clienti.
Il signor Vincenzo comincia a raccontare della passione per il Torino nata a Melfi, dove c’erano militari piemontesi che quando erano in libera uscita giocavano a pallone e raccontavano del club del Toro. Negli anni ’40 era una grande squadra.
Chiedo dello stadio, si incupisce:
Devo morire e non vedo più il campo qui. Un mese fa sembrava che dovevano incominciare; ‘sta primavera incominciano, dicono… ci sono diversi progetti per fare il campo d’allenamento per la prima squadra, quello per la primavera, dicono che vogliono fare un museo in mezzo… chiacchiere, tutte parole.
Comincia a battere col martello sulla suola delle scarpe, aumenta il ritmo. Si ferma e continua a dire:
la prima capitale d’Italia, uno schifo oggi. L’hanno buttato giù.
Ma era pericolante?
Ma no. Si capisce, bisognava ripararlo un po’, aggiustare, mettere a posto qualche cosa.

Fra le foto appesa ce n’è una aerea, intorno allo stadio c’era solo campagna. Ora ci sono palazzi, scuole, un centro commerciale. Difficile immaginare ora uno stadio che possa ospitare una partita di serie A, con tutto il movimento di persone e mezzi che comporta.

Quella foto ce l’ho solo io e il museo, mi dice orgoglioso.
Una volta qua era così.
Eh caro mio, sono arrivato a Torino il 4 no, il 6 maggio ’49. Ho visto i funerali del Torino. Una grande squadra. Era fortissimo.
Si ferma, riprende a battere con forza.
Aspetto in silenzio, ascolto la musica che arriva da una vecchia radio, riconosco la canzone: Un amore così grande. Perfetta.
Cambio discorso, chiedo come mai ci siano degli strumenti appesi alle pareti. Mi dice che era un musicista, suonava il violino ma adesso ha smesso, ora ha un basso fender a casa.

Per me è tempo di andare e riprendere il lavoro.
Lo ringrazio e lo lascio alle sue scarpe, ai suoi ricordi e alla sua musica.

Di recente ho letto la storia del Grande Torino e del Filadelfia nel libro di John Foot. Lo storico inglese dedica diverse pagine alla ricostruzione della vicenda e dell’impatto che ha avuto dal ’49 in poi sul calcio italiano. Durante la lettura di quelle pagine, toccanti quelle dedicate a Sauro Tomà – il difensore sopravvisuto -, mi sono commosso e credo di aver capito perché il vecchio ciabattino dovesse intervallare il racconto con quei colpi di martello. C’era da prendere tempo e non cedere all’emozione.
Grazie alla lettura del libro di John Foot ho capito perché ci siano persone che hanno così a cuore le sorti di un vecchio stadio, come i “pulitori del Fila” che si preoccupano della manutenzione del campo.

In via Giordano Bruno c’è la caserma della Guardia di Finanza. Tre contatori da leggere: due nel cortile, l’altro all’interno della caserma. Mi presento alla guardiola e spiego il lavoro che ho fare. Lascio come documento il tesserino aziendale che tengo attaccato alla giacca, prendo quello di “visitatore” e vado a fare le letture. Sono nel tombino, fra ragnatele luccicanti di brina, a fare la lettura dei primi due contatori e, in quel momento, mi viene in mente che dietro il tesserino ho scritto a penna il mio NO TAV.
Va bè, mi dico, è quello che penso: il TAV è uno sbaglio, i documenti che lo attestano come obbrobrio sono di libero accesso. Chi vuole il TAV è in malafede o è ignorante. O semplicemente crede che non sia una cosa che, in fondo in fondo, lo riguardi.
Monto in bici, attraverso la caserma e vado a fare la terza lettura nel settore cinofili. C’è lì ad aspettarmi l’addestratore, hanno nel recinto cani bellissimi che saltano come grilli. Mi fermo a chiedere dei caratteri dei cani, da quando ho due cuccioli in casa mi si è aperto un mondo.
Finito il lavoro torno alla guardiola, lascio il pass e aspetto che mi riconsegnino il mio tesserino. Aspetto che mi dicano qualcosa. Ora sono in due nella guardiola, uno di loro prende il mio tesserino lo gira fra le mani e lo fa passare nella fessura sotto lo spesso vetro antiproiettile, mi guardano.
Saluto e vado via col tesserino che da un lato certifica che sono un “addetto alla lettura dei contatori dell’acqua per conto SMAT”, dall’altro che in quanto cittadino ho preso posizione, partigiana.

Sono fermo in via Spano, la bicicletta è legata a un’inferriata ma è caduta. A volte capita che qualcuno la sfiori tanto da farla cadere. Capita anche che provino a rubarla. Una volta ho trovato lo zaino aperto, ma non avevano trovato niente di interessante da portare via. La tiro su, controllo lo zaino, i legacci con cui l’ho fissato al portapacchi. La slego con gesti automatici e i pensieri cominciano a vagare, vanno alle cose che ho da fare, i progetti da tirare fuori dal cassetto. E improvvisamente una voce di donna: Sei un ladro! Un ladro! Coglione!
Torno alla realtà, aspetto qualche secondo in attesa di vedere volare qualcosa per strada.
Niente. Monto in sella e riparto.

In zona vive una zia di mio padre. La sorella piccola di mia nonna, quella che lei aveva allattato insieme alla sua prima figlia. Una famiglia molto numerosa, quella di mia nonna.
La zia e suo marito mi accolgono sempre con gioia e, da meridionali trapiantati a Torino da più di quarant’anni, ci mettono circa 10 secondi a passare da un italiano con qualche cadenza torinese alla versione anni settanta del dialetto del paesello in cui sono cresciuto. Ed è subito pre-Sila calabrese.
Mi chiedono se ho mangiato, se voglio bere qualcosa: una Coca Cola, una limonata, una bibita al caffè (una rarità al di fuori della Calabria), un aperitivo analcolico, un caffè? Accetto il caffè e declino con forza l’invito a bere anche il resto delle bevande in elenco, che restano a disposizione, anche se ho già scelto. In attesa del caffè arrivano i biscotti: al cioccolato, integrali, al burro, due diversi tipi di brioches (che entrambe le mie nonne chiamavano “bilosci”) e… scommetto che questi non li hai mangiati ancora da quando sei a Torino, vero? mi chiede lo zio; questi sono crumiri artigianali, sono buoni. Non sono come quelli della Fiat. E si mette a ridere.
Chiedo dei crumiri della Fiat.
Ce n’erano, ce n’erano un sacco. Volevano entrare a lavorare anche se c’era sciopero.
Quelli ci sono pure adesso.
Mi racconta di quel periodo – fine anni ’60 -, dei presidi all’ingresso di Mirafiori, delle telefonate dei capisquadra:
“Domani devi entrare, non fare scherzi. Domani torni a lavorare.”
E chi entrava? Stiamo scherzando?

Finisco di bere il caffè, mangio un crumiro e torno a lavoro.

Trovo scritto su un foglio all’interno di un androne: Chiudere categoricamente per motivi di sicurezza e isolamento!

Zona chiusa in tre giorni, una media di 80 letture al giorno.
Salto in bici, torno a casa, e domani sarà un nuovo deja vù.
Rolling Stones – Satisfaction