Treno Cavallo e Tram – VI / Fayance

Quando ero a Fayance in libera uscita bisognava sempre essere in quattro o cinque insieme, mai da soli, perché i francesi – brava gente, ma… si era in guerra -. Dove avevo la mascalcia io, nella collina subito sopra c’era una casa su in alto. Io volevo andar lì a curiosare, ma la paura… Finché una sera andai su, andai là alla collina, entrai in quella casa e mi presentai col mio francese.
– Bonjour! -, parlavo il francese io.
– Buon giorno! -, mi disse lui, il padrone. Io son rimasto lì.
– Siete italiano? –
– Sì -, ha fatto – di Cuneo! –
– E io son di Torino! Parla il piemontese? –
– Sì! –, e ci siamo messi a parlare il piemontese, l’ho abbracciato: la contentezza. E son rimasto un po’ lì in quella casa e tante sere andavo a mangiare lì, perché… c’era una bohème, una cura allora…

Quand’ero appena entrato militare il tenente mi aveva assegnato un cavallo, anzi era una cavalla, e mi aveva detto: Dagli da mangiare, vagli a dar la biada. Così arrivo lì da lei che mi stava guardando con le orecchie indietro – quando ha le orecchie indietro, occhio eh… che morde, eh, il cavallo. Prendo il sacco della biada e lo metto dentro la mangiatoia. Si mette a mangiare. E sempre con le orecchie tese. Allora ho voluto accarezzarla per presentarmi – quella era la mia cavalla – come la accarezzo lei si gira: mi ha dato un morsico qua, in pieno petto. M’ha fatto male… male. E io le ho messo tutte e due le mani sul collo e poi le ho dato due calci nella pancia… E lei ha fatto buh e poi buh e io le ho detto: Mi chiamo Mario io – mi son presentato, con quei due calci -. L’ho tenuta cinque sei mesi quella cavalla.

Poi ero andato a Favria a fare il corso di radiomarconista, e quando rientrai in caserma la mia cavalla ce l’aveva un altro. Allora venne il tenente: Quello è il tuo cavallo. Falchetto. Un cavallo che oggi come oggi lo ricordo ancora bene. Eh, m’ha salvato la vita. Gli ho fatto: Poggia! – che vuol dire “spostati”col didietro, per vedere se lo faceva – e lui trac, subito. Entro per mettere la biada nella mangiatoia e lui mi guardava; l’ho accarezzato e lui si è avvicinato col muso: Tu sei una brava bestia Falchetto. E da quel giorno lì l’ho tenuto fino all’8 di settembre, quando scappai, e purtroppo… fece una brutta fine, povera bestia.

In Francia me ne han dato un altro, l’ho guardato – un maschio era – ci sono andato vicino, l’ho accarezzato così, non m’ha detto niente, l’ho accarezzato un’altra volta, si è girato come a dirmi: Cosa vuoi? No, era bravo e quando si andava via, con tutto il reggimento, io ero sempre l’ultimo. Ultimo. Perché avevo le borse con chiodi e martello, se qualche cavallo perdeva il ferro per la strada, quello si fermava, e io inchiodavo il ferro e tante volte mi mettevo d’accordo prima: fermati per la strada. Perché passo e trotto, passo e trotto mi stufavo e volevo fare una galoppatina.

A Fayance, mi ricordo, feci una carica. Quando eri lì, maniscalco o no, tutti sotto. Ero sempre ultimo però. La mia fortuna è stata che ero sempre ultimo. E in Francia partecipai a quella carica. Meglio non parlarne. Addestrato niente di niente. Salii a cavallo, con la testa in basso, la sciabola davanti a me, il moschetto era appeso alla sella – io avevo uno sciabolone, era lungo un metro e passa – e si correva sempre così, a testa bassa, con la sciabola lì. E in malaparata potevo tirar fuori il moschetto e allora – bom bom bom e bom bom bom – solo che io non ho sparato a nessuno. Io la guerra l’ho sempre odiata.

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