Treno Cavallo e Tram – I / Stura

Sono venuto dal Brasile che avevo due anni. Mia mamma è morta là: sono nato io, è nata la bestia cattiva. Dal Brasile sono venuto in Italia e stavamo qua – prima del ponte che porta alla Barca. E mio padre faceva il maniscalco. Io ero con le mie sorelle, i miei fratelli: eravamo quattro fratelli e due sorelle. Tra me e mio fratello Giovanni, che è morto sette, otto anni fa, ci sono dieci anni di differenza; tra me e mia sorella Corina ce n’è nove; poi c’è Celio, sette; Natalina sei anni, poi Armando due anni. Dieci anni, sei figli. Tanti. Mia sorella Corina. Quando ero piccolo però non la chiamavo mica Corina. Mamma, così la chiamavo. E nella casa dove abitavamo c’erano due stanze, una per noi maschi e l’altra con un letto per le femmine. Anche se io non ne volevo sapere: non appena era ora di andare a dormire mi infilavo nel letto in mezzo alle mie sorelle e allora sì che mi addormentavo beato.

Così, io stavo lì tutto il giorno, senza far niente, finché arrivo ai… sei, sette anni. E allora mio padre mi mette a lavorare con lui in mascalcia. Tutti i giorni. Dovevo riportare i cavalli ai loro padroni. Non sapevo mica dove abitavano: montavo su, così, senza sella, e il cavallo tanto la sapeva lui la strada. Poi se c’era un altro cavallo che aveva bisogno di qualcosa, ci montavo sopra e tornavo da mio padre con quello, altrimenti facevo la strada a piedi. E tutti i giorni ero a cavallo. Tutti i giorni.

A un certo punto però era ora che andassi frequentare le scuole. Si vede che in casa non ero tanto tranquillo, così mio padre mi mise al Cottolengo, il collegio Beato Cottolengo, coi preti. Lì ho fatto la prima e basta. Mi davano da mangiare, da dormire, tutto lì. Poi un giorno il prete viene da me e mi dice: Vai a casa. Così mi disse. E io andai a casa e venni qui dove mio padre aveva la mascalcia.
– Come mai sei qui? –
– Il prete mi ha detto vai a casa, e io sono qui. –
Allora sono rimasto lì con mio padre e il mio garzone: Notu. Notu si chiamava, avrà avuto una quarantina d’anni.. volevo più bene a Notu che a mio padre. Son sincero. Quando mio padre voleva passarmi i cioccolatini, voleva picchiarmi, Notu si metteva davanti e le prendeva lui le botte, per non farne prendere a me – guarda che brava persona.

Poi un giorno mio padre mi dice: Domani vai di nuovo a scuola. Così sono andato a scuola alla Barca, al Giovanni Cena. Io al Cottolengo avevo fatto la prima, al Giovanni Cena feci la seconda, poi feci la terza. Quand’è arrivata l’ora degli esami son stato bocciato. E rifeci la terza di nuovo l’anno dopo… e son di nuovo stato bocciato! Finalmente al terzo anno… son stato di nuovo bocciato! Tre volte l’ho fatta. E perché: io al posto di andare a scuola ero tutti i giorni a Stura a fare il bagno. Tutti i giorni, eh… ero sempre lì a Stura.

Ma soprattutto quando mio padre voleva passarmele – abitavo in strada Settimo, al 27 o al 29 – allora scappavo dal balcone – dal primo piano, eh – salivo sulla ringhiera, mi tenevo al tubo dell’acqua e scendevo giù. E quand’ero giù: prrrrr! E scappavo a Stura.

Lì a Stura c’era un blocco di cemento, adesso non c’è più, e tanti andavano a pescare perché c’eran dei pesci che erano una meraviglia e l’acqua di Stura potevi berla: andavo a riva, facevo un buco con le mani e veniva su l’acqua, sorgeva di lì. C’erano tre piante lì, grosse, vicino a questo blocco e quasi sotto le piante c’era una carovana di zingari: zingari piemontesi. Che parlavano il piemontese, ma erano zingari. Erano padre, mamma e figlia. La figlia avrà avuto 17, 18, 19 anni. E mi davano da mangiare. Loro. Meno male che andavo lì.

Prima che andassi in collegio, avevo tredici anni, mio padre m’ha insegnato a batter la mazza. Battevamo io, mio padre e Notu: to-to-ton, to-to-ton, to-to-ton… si batteva che era un amore. E si facevano i ferri da cavallo. E mio padre in fatto di fare ferri ne sapeva. I ferri nuovi erano spessi un due centimetri. E tante volte lui cosa faceva: prendeva i ferri vecchi, ferri anche rotti alle volte, ne prendeva uno e lo girava e un altro lo girava, da freddi poi li metteva così uno sopra l’altro nella forgia dentro il carbone, faceva bollire il ferro, poi to-to-ton: i due ferri si attaccavano e veniva fuori un ferro nuovo.

E poi mio padre lasciò la bottega, io non lo so il motivo. Un giorno mi dice: Andiamo a abitare in Barriera di Milano, in via Sesia. Qui c’era il mercato: come ti giravi io ti rubavo una mela. Non per cattiveria, per mangiare – eh, la brutta -. Allora una pesca – tac – via, poi tornavo indietro, aspettavo il momento buono, via di nuovo e mangiavo. Mangiavo tre, quattro, cinque mele, anche sei. Poi ero a posto, non toccavo più niente.

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