Elfi Elettra da Bregenz

Il testo che segue è un monologo tratto da Sport. Una pièce ed Elfi Elettra è uno dei due personaggi più dichiaratamente ‘autobiografici’ di quel testo (l’altro è L’autrice). In Winterreise non sono indicati personaggi, ma la tematica familiare ritorna e così pure, in fondo, torna Elfi Elettra. Pubblicando questo monologo ci piace poter evidenziarne i legami con un testo su cui abbiamo lavorato e a cui siamo affezionati: Sport. Una pièce è andato in scena infatti in prima nazionale nel 2009 con la regia di Lorenzo Fontana, tradotto e interpretato da Roberta Cortese, con le luci di Luigi Chiarella.
E di prime nazionali, come di mamme, ce n’è una sola.

Elfi Elettra arriva adesso spontaneamente, un po’ malconcia per prima, ma sulla sua nuova mountain-bike, pedalando, senza fiato:
Scusate, purtroppo non riesco neppure a scendere senza fare un gran polverone. Allora, brevissimamente: la mia mammina ha seppellito mio padre come un cane, l’ha sotterrato senza sepoltura, ma prima, cosa ormai davvero non più necessaria, l’ha di nuovo disseppellito e ha trascinato la carogna puzzolente al manicomio tenendola tra i denti. Allora, prima in una specie di casa privata, no?, dove dodici persone dovevano dormire in una stanza, perché i proprietari della casa, che in realtà era una normalissima casa unifamiliare, anche se con un succulento servizio di biancheria da dieci letti per stanza, mmm, gnam!, erano particolarmente esperti nel farsi avanti, incassare e sgattaiolare via. Tutte queste specialità! Sacramento sacramento! Nel dormitorio è vietato fumare. Con la compagna di colazione è vietato parlare.
Con la psicoterapeuta è vietato scopare. Durante una bella gita è vietato scappare. Dentro gli idioti sono arrivati facendo un gran casino, fuori sono stati portati via in silenzio, articoli indefiniti, più indefiniti di un uno una. Con nuova merce umana siamo poi saltate dentro noi, la mamma ed io. Papà! Nel bagno non ci finisce, perché in fin dei conti non era nemmeno un re, finisce in un letto di ospedale, lui. Papi! Com’è che riesci a vivere senza essere visibile? Pazzesco! Ho bisogno di una più casinista di me, oh, ne ho già una più casinista di me! La pagherai, mamma, perché non la debba pagare io. Papà, se c’era pubblico, l’hai sempre tutto coccolato, poi però subito sotterrato nella gabbia per conigli che ci siamo scavate da noi. Perché la smettesse una buona volta con tutto quel blaterare e frignare. Beh, quest’uomo deve andarsene, non c’è niente che tenga! E allora suoniamo alla signora Ismene, così ci aiuta un pochetto a seppellire! Se la mamma avesse le ruote morirebbe più in fretta. Oggi è troppo vecchia per andare in bici. Una volta se la cavava piuttosto bene. Hanno fatto tanti bei giri, ma dalla loro razza sciagurata non sono riusciti a uscirne comunque.
La sorella odiata, il suocero odiato, le nuore odiate! Un mucchio di canaglie! Allora via da qui: in montagna, a Venezia, sul Großvenediger, no, quello era troppo alto per la bici. Ha fatto a pezzi papà, che aveva una sola colpa. Sarebbe stato meglio se fosse caduto in guerra, ma là non ci è potuto andare, per le oscure ragioni di razza, che dovrebbero essere messe in vendita entro quest’anno dalla comunità, perché ai padri della comunità continuano a sembrare ancora talmente grandi, le buone ragioni, che in teoria dovrebbero viverci su molte più persone. Beh, adesso ho di nuovo esagerato tremendamente. Ma sentite anche voi cosa dice il sindaco! Dovrebbe diventare tutto più gradevole e più chiaro, anche più alto, allora anche noi diventeremo più gradevoli, più chiari e più alti.
Luce, entra dunque, prendi posto! E dire che al papi come uomo questa strada era stata spianata tanto bene! La sua tomba sarebbe stata una bella consolazione, come la guarigione di Niki Lauda allora, come abbiamo tremato tutti con lui!
Mio papà è stato un re ed è morto così miseramente. E dire che doveva riposare in pace sconfitto da una lancia, mentre invece io, la sua assassina, sono qui che picchio sui tasti, tanto che il sangue mi sta schizzando da sotto le unghie! Che stupida. La mamma però l’hai uccisa tu, fratellino, su ! Forse ho avuto anch’io la mia parte, ma non importa. Quello che succedeva qui non lo sapeva bene nessuno. Allora io me ne sto qui in grembo a mia mamma, una poppante che ha succhiato sonnacchiosa e lenta il suo latte, io sono e rimango sua figlia, con o senza denti. I miei denti non piacciono alla gente, ma io sono una vecchia esperta morditrice di polpacci, per questo ne ho ancora bisogno, dei denti voglio dire, beh naturalmente anche della gente. Ho sempre bisogno di pubblico! Allora, poi la mamma ha portato il mio papà all’ospedale, la sua mente gliel’ha posata lì di fianco come le interiora con il pollo, e adesso io dovrei vivere con lei a casa sua fino alla fine. Io col mio mucchietto di cervella nel freezer. Magari la mamma ci fa i cubetti e li butta nel bicchiere, perché finalmente ci siano rapporti chiari tra noi due scottate. Non c’è da stupirsi che io non scongeli mai!
Quindi sarebbe il destino ad aver colpa del fatto che il mio papà è diventato un deficiente tale e adesso lei vuole riposare con lui nella stessa tomba, che è già stata pagata per altri cento anni nel futuro! Anche i morti si possono comprare. L’omicidio è uno sport? Credo che si debbano fare delle differenze: non sempre! Dio è un nemico? Credo che si debbano fare delle differenze: non sempre! La morte è un sonno, perché la gente possa copulare anche sotto terra? Credo che si debbano fare delle differenze: non sempre! Io dico solo che il corpo del mio papà per tutta la vita è stato solo a un filo di rasoio dall’acciaio di mia madre. E dico inoltre che parlo tutto il tempo, lo sentite anche voi, ma è come se parlassi a qualcuno che dorme. Arrivederci.
Esce traballante sulla bici.
[Foto da Sport. Una pièce © Paolo Santonè]

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