Diario di Zona, undicesima pagina

Ci sono giorni in cui prima di andare al lavoro, porto i miei cani a fare la passeggiata mattutina. Di solito se ne occupa mia moglie, la passeggiata serale impegna prevalentemente me e quella pomeridiana è jolly fra me, mia moglie e la figliola. Così, cambiando la routine mattutina, mi sveglio un po’ prima, preparo le mie cose e vado giù.
Incrocio un gruppo di ragazzi, si vede che sono in piedi dal giorno prima, mi vedono arrivare e puntano gli occhi sui cani. Sono in sei, due ragazze e quattro ragazzi. Uno dei ragazzi tiene banco, seduto fra le ragazze, racconta di non so che parapiglia durante una bevuta colossale. I tre amici lo ascoltano divertiti. Avranno sui venticinque anni. Uno di loro tira fuori il tabacco per rollarsi una sigaretta, i cani pensano stia tirando fuori dalla tasca qualcosa di buono per loro e cominciano a tirare verso la panchina. Mi avvicino, chiedono se possono accarezzarli.
Sì, certo.
Ma sono tutte e due tuoi? Mi chiede una ragazza.
Sì.
E li tieni in casa? Mi chiede il tizio seduto.
Sì.
Certo che a Torino siete proprio bastardi.
Mi metto a ridere.
Ridono anche loro.
Scusa, non lo stare a sentire, mi dice uno dei tre in piedi.
Certo che se li porti in giro alle sette di mattina sei una brava persona.
Beh, grazie. Dico ancora ridendo.
Li saluto e raggiungo i giardini reali. Slego i cani che cominciano a rincorrersi, un tizio con due barboncini al guinzaglio è a circa venti metri. I suoi cani cominciano ad abbaiare, lui dà uno strattone ai guinzagli e urla:
Che cazzo abbai, eh? Che cazzo abbai? Ti devo dare un pugno in testa?!

In fondo il ragazzo non ha torto: a Torino ci sono un po’ di bastardi in giro.

Riesco a stare poco più di una mezz’ora, è tempo di andare a lavoro, riporto i cuccioli a casa. In via Rossini sul muro dell’Istituto tecnico Avogadro c’è la targa dedicata a Adriano Ferrero, studente.

Zona 652, Lungo Dora Napoli, c.so Vercelli, c.so Giulio Cesare, C.so Novara.

E sì che è aumentata l’acqua, mi dice.
Ma fanno bene se aumenta, che c’è troppo consumo, che è più preziosa del pane, l’acqua. Bestie che non sono altro.
Mi dà le spalle e traffica intorno alla serratura della cantina. Apre la porta, si fa da parte e mi dice:
La chiuda la cantina dopo, forte, mi raccomando. Non quando è dentro però, se no non esce. Che abbiamo rotto la chiave dentro, se no entrano i cazzo di drogati di merda.

Ricordo che da bambino mi dicevano di non accettare le caramelle dagli sconosciuti, potevano essere drogate. Mi chiedevo come facessero i grandi a sapere che c’era la droga nelle caramelle. Le avranno provate, mi dicevo. E che succede quando si prova?
A scuola ci dicevano che i drogati erano malati.
Chiedevo: malato come?
Le risposte non erano convincenti.

Mio padre gestiva una sala biliardo, era al primo piano di un vecchia casa nel centro del paese, tre sale enormi nella mia memoria. Ricordo che c’era il biliardo per gli adulti nella prima grande sala, nella seconda sala c’era una carambola e addossati ai muri c’erano un flipper e alcuni videogiochi. La terza faceva da deposito. Erano grandi i videogiochi all’epoca, enormi. Ci si entrava dentro ed eri investito dai riflessi dello schermo.
Io e mio fratello entravamo di corsa nella prima sala, con la testa bassa così da stare sotto la spessa nube di fumo. Alcuni secondi di apnea e arrivavamo alla carambola che i ragazzi più grandi ci lasciavano usare volentieri. Ci prendevano in giro, a me e mio fratello, perché eravamo piccoli e dovevamo usare le sedie per poter tirare con la stecca. Giocavano sempre almeno un po’ con noi, quando erano lì da papà. E sapevamo di poterli trovare quasi tutti i giorni dopo la scuola. Poi iniziarono a venire sempre meno spesso, restavano in piazza a passeggiare e non venivano più su. Ci salutavano da lontano, ogni tanto giocavano ancora, ma a un certo punto smisero del tutto. Ricordo che in estate continuavano a tenersi addosso le maglie di lana. Alcuni tizi, sottovoce nella sala biliardo, dicevano che erano diventati dei drogati, che si stavano rovinando. Qualcuno di loro adesso non c’è più. Io li ricordo tutti e alla storia delle caramelle non ho mai creduto.

In c.so Novara/c.so Giulio Cesare vedo per la prima volta la targa a Ilio Baroni, partigiano

Uh, e non c’è nessuno? E io mi sto facendo la barba… devo scendere con la schiuma da barba alla faccia? Che me la sto mettendo adesso… va bè, scendo lo stesso.
Arriva in canottiera e pantaloncini, faccia insaponata come raramente m’è capitato di vedere, il naso si intravede appena. Il braccio sinistro piegato a 90°, palmo della mano aperto con la sua bella montagnola di schiuma bianchissima. Apre la cantina e torna su a completare il lavoro.

Completo la 652 con mezza giornata di anticipo rispetto alle mie previsioni. Gli assenti non sono molti, circa un 15%, un numero accettabile.
Posso spostarmi sulla 665: C.so Novara, via Bologna, via Aosta/Petrella, via Ponchielli.

Recupero la bicicletta che ho lasciato legata a un palo, ma trovo la ruota davanti sgonfia. Credo d’aver bucato e la faccenda non è grave, però devo trovare un negozio di biciclette e qui in zona non ne ricordo. Chiedo aiuto a un passante, mi dà le indicazioni per raggiungere un negozio dove riparano bici. Dovrebbe essere aperto ed è piuttosto vicino. Andrò a fine giornata, nel frattempo mi tiro dietro la bici anche se perderò un po’ di tempo. Cammino lungo c.so Novara, vedo che hanno occupato una casa al civico 9.

Di solito comincio il lavoro in via Bologna, seguo le schede così come sono inserite sul palmare. Questa volta parto da via Aosta, lego la bici e riparto. Ci metto circa cinque minuti a convincere la signora che voglio solo entrare in cantina e non in casa, che faccio la lettura del contatore dell’acqua, che il tesserino è “vero”. Alla fine apre il portone ed entro nell’androne. Arriva e comincia:
Che lei non lo sa che succede qua. Arriva a fine scala, mi squadra e mi supera ciabattando verso la cantina. Si ferma, torna indietro mi dice: Va avanti ppè piacere, che sono arrivati tre dilinquenti Gesù, Giuseppe e Maria.
Veloce segno della croce, poi continua:
Cchì paura! Dissero che erano del gasse, che dovevano entrare ppè casa. Uno entrò fino accà, aveva u cartellino e tutte cose, e l’altri restattero fuori. Ma nissunu i fice entrari. Che quelli (?) ti danno una mazzata (?) e si pigliano tuttu (?).
Poi, giorni dopo, vinne una giovinotta a fare ‘a lettura do gasse. Fori però, com’è giustu, no ppè casa.
Sì, dico io, ho incontrato una ragazza poco fa, sta facendo le letture.
Una grassotta no? Ecco, allora quella era vera?
Sì.
Ecco, andò fore a prendere a lettura.
Va bene. Signora mi può dare la chiave così faccio il lavoro e non la disturbo più?
Gesù, Giuseppe e Maria, dice. Mi dà la chiave facendosi il segno della croce e torna in casa.

Su una porta di un alloggio in C.so Novara trovo un adesivo su cui c’è scritto:
Holy ghost fire is my weapon.

Che fa? La foto al contatore?
Sì.
Così non possono sbagliare. Ogni tanto fanno qualcosa di intelligente.

Una buona percentuale di persone che incontro sono donne, molte sono anziane. Hanno atteggiamenti diversissimi, ma ci sono anche alcune cose che tornano di volta in volta. Ad esempio alcune dimostrano almeno dieci anni in meno, e in comune hanno una certa presenza di spirito, una baldanza che gli acciacchi non ha fiaccato più di tanto.

Venga, venga. Che tanto qua è tutto aperto, dall’ultima volta che sono venuti a rubare non chiudo più, non ho più niente. L’ultima volta una spilla e un anello, ricordi di mio padre. Bastardi. Mi resta questa che ho addosso. Ma l’ho detto ai carabinieri: se trovo qualcuno lo prendo a bastonate. Ho lavato per un mese, un quarantotto che non le dico m’hanno lasciato, tutto per aria. Che non è per quello che hanno rubato, ma hanno toccato le mie cose, un fastidio!
Sbrigo in fretta il lavoro, la cantina è sgombra. Torno su e la trovo appoggiata al suo bastone pronta a riprendere:
Che poi qua, non si capisce: neri, zingari… Ma saranno stati zingari. I neri spacciano, maledetti. L’altro giorno qua fuori uno era in macchina, l’altro fuori e uno bianco prendeva la droga. M’è venuta una rabbia e sono uscita col bastone: tu nero che vieni qua a avvelenare gli italiani. Ti diamo da mangiare e tu spacci; e tu bastardo d’un italiano che fai piangere i tuoi genitori.
La signora si infervora e se non fosse per la sua età e per evitare che le prenda un coccolone, me ne sarei già andato.
Sorrido e le dico:
Signora, se stanno per strada a spacciare è perché ci sono dei bianchi italiani che glielo fanno fare, conviene che siano loro a spacciare. Spacciano per gli italiani.
La signora mi guarda, ci pensa su un attimo e poi mi dice:
Eh sì, in questo noi siamo i migliori. La mafia, no?

Il momento più difficile del lavoro è quello subito dopo pranzo. Non ho mai veramente molto tempo per recuperare, la mia pausa è in media di 15-20 minuti. A volte anche meno, visto che raramente comincio a lavorare prima delle 8.30. Ci sono giorni in cui riprendere è un po’ più pesante.

E come gliela apro la cantina io?
Con la chiave, no?
Ma lei c’è già stato qua?
Sì.
Che bisogna stare attenti, abbiamo trovato anche un drogato.
Pure qua? E cosa avete fatto?
Un drogato con la siringa!

Passa un pullman, in una frazione di secondo decido di saltare su per raggiungere il posto dove ho lasciato la bicicletta. Non ho il biglietto e sono solo due fermate. “Una stretta ai clienti e una mano ai controlli” mi dico fra me e me. Non ci sono posti a sedere e resto nei pressi della porta. Un paio di signore con i carrellini per la spesa stracolmi di roba. Un tizio con una giacca e berretto da baseball calato sugli occhi armeggia davanti alla timbratrice. Un bimbo piange e alcuni finestrini sono abbassati. Mi appoggio a uno dei sostegni vicino alla porta centrale e carico sul server dell’azienda il lavoro fatto. Il tizio con la giacca parla da solo e alza un po’ la voce, ‘non mi spingere’ dice a nessuno in particolare. Punta un sedile libero e si siede, vedo che alla giacca manca uno dei bottoni e una cordicella pende dal cappello. Il pullman rallenta, si ferma, si aprono le porte e il tizio si lancia fuori dandomi un colpo alla spalla destra. Una delle signore gli urla dietro: Et ses propi ‘n piciu, va.

Con sollievo ritrovo la bicicletta ancora attaccata, la porto a sostituire la gomma in c.so Vercelli. L’officina ha una porta piccola, solo una ruota appesa fuori indica che lì si riparano biciclette, nessuna insegna.
Sul marciapiede davanti alla porta c’è un ragazzo di colore che sta trafficando con un cacciavite sul manubrio di una bici. Dentro ci sono due signori alle prese con una bici a testa e un terzo che sta seduto a osservare. Età media: settanta anni. Una radiolina diffonde nell’officina una musica qualunque. Chiedo se possono aiutarmi. Quello che sembra il capo, l’unico con addosso una vecchia tuta blu, dice:
Ecco, arrivano e sono tutti di fretta: fai questo fai quello, ho fretta, mica guardano, mica si rendono conto! Fammi vedere, và.
Sorrido.
Osserva la bicicletta, sgancia la ruota e prende un copertone e una camera d’aria nuova.
Comincia con lo smontare la ruota e togliere copertone e camera d’aria. Guardo i suoi movimenti, precisi nonostante il leggero tremolio delle mani.
Il ragazzo di colore entra in officina con il cacciavite, lo posa e chiede se può avere un po’ di olio. Le parole si srotolano sulla lingua del ragazzo incespicando e il suono della parola olio anche se non è ben pronunciato è comunque comprensibile.
Uollo? e che è “Uollo”? Chiede il boss rivolgendosi al meccanico e all’osservatore.
No no, dice “Vollo”, dice l’osservatore.
Uff, e che vuole ancora? mormora il meccanico in seconda.
Ancora? Che c’è? Che vuoi? chiede il boss.
Il ragazzo insiste nella sua richiesta, sorride.
Forse ha bisogno di un po’ di olio, dico io.
Ancora olio? ma che ci stai facendo co tutto ‘st’olio? Uff…
E si vede che gli serve, dice l’osservatore.
Ci si fa il bagno, dice il meccanico.
Il boss allunga una mano e prende l’olio. Lo passa al ragazzo che, sorridendo, mi strizza l’occhio.
Allora, vediamo ‘sta cosa urgente, fa il boss tornando a lavorare sulla mia bicicletta.
Seguo con la coda dell’occhio il lavoro, mi piace guardare un artigiano alle prese col suo lavoro. Mejerchol’d nei suoi appunti scrive che un attore dovrebbe avere la stessa concentrazione, la stessa grazia, di un artigiano al lavoro. Alle pareti stanno attaccate un po’ di foto ingiallite. Guardo fuori e vedo passare il tizio che s’è lanciato fuori dal bus, è con un amico che gli sta facendo vedere che ha perso un bottone dalla giacca. Il ragazzo di colore guarda la strana coppia passargli accanto come se non esistessero.
In un quarto d’ora la bicicletta è pronta. Il ragazzo è andato via regalando sorrisi a pacchi.
Ringrazio, pago e torno a casa.

[per Adriano, perso in una stazione di Milano]

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