Diario di Zona, secondo allegato

Quando per la prima volta arrivai a Torino in tournée mi aspettavo di trovare una città industriale, triste e scura. Dovetti ricredermi, ne rimasi affascinato. Tornai pochi anni dopo e misi su famiglia. La città era nel pieno del periodo olimpico.
In questi anni, da capitale industriale è diventata capitale dello sport, capitale europea dei giovani, capitale del teatro europeo, capitale mondiale dell’arte e del design, capitale della musica corale, della dance, della body art, della fraternità, del cioccolato, etc. etc.
Il centro è sempre più vetrina e inesorabilmente alcune piccole fabbriche scivolano lungo il crinale della chiusura. Trovare un lavoro dignitoso è diventato difficile, anche nello sbandierato settore culturale.
E ora che anche le maggiori fabbriche stanno per chiudere o minacciano di farlo, cosa resta di Torino? Cosa sta diventando questa città?
Ho sempre più l’impressione di vivere in un grande laboratorio.

Voglio guardare la città dall’alto, allontanarmi dalle strade, dai palazzi, prenderne le distanze. Rinchiuderla in uno sguardo e ridimensionarla.
Mi viene in mente l’inquadratura in cui Jack Torrance guarda dall’alto il modellino del giardino dell’Overlook Hotel.
Decido di andare nel punto più alto, la collina di Superga.
In un primo momento prendo in considerazione di prendere la
Dentiera fino in cima alla collina, ma l’idea di affidarmi a un treno non mi piace. Posso andarci a piedi, mi dico, ci sono dei percorsi collinari a due passi dal centro della città. Faccio una ricerca veloce e scelgo il 29, uno dei tanti, che da C.so Casale porta su fino al sagrato della basilica dello Juvarra.
La posizione della Basilica è strategica e anche politica. Durante l’assedio di Torino del 1706 fu da Superga che i Savoia osservavano la città in mano ai francesi del Re Sole. Lì fecero delle scelte strategiche e lì decisero di costruire una basilica, in caso di vittoria. La basilica, da quasi tre secoli, è ben visibile da molti punti della città, se non c’è foschia.

La giornata non è delle migliori: nuvole in cielo e aria di pioggia.
Parto con la bicicletta, percorro tutto il Lungo Po Michelotti e raggiungo, in poco più di mezz’ora, il ponte del Bajno sul confine col comune di San Mauro. Lego la bicicletta a una staccionata oltre la strada e comincio a inerpicarmi. Un grosso pastore tedesco dietro una staccionata abbaia.
Il percorso, da quanto ho letto, si completa in circa 1h e 40′, è la mia occasione per verificare se le mie gambe, dopo un anno di uso continuo della bicicletta e due anni di camminate urbane, reggono lo sforzo di un percorso off road in salita.
Guardo il cielo, le nubi si addensano e spero non si metta a piovere. Il mio abbigliamento è decisamente improvvisato, non ho neppure un K-way.

Un passo dopo l’altro affronto la salita. Le scarpe reggono bene, anche se non sono adatte: ho addosso le antinfortunistiche da lavoro. Vado su fra faggi, querce e castagni lungo un percorso di 3,4 km con un dislivello di 440 m. Il terreno è segnato dalle ruote delle mountain bike, da frenate e derapate. Il rumore della strada si allontana, non sento animali scorrazzare nel sottobosco, l’acqua ha scavato canali e le foglie leggere vengono giù. Nessun altro a piedi, vado su in solitaria. Nei primi 30′ di salita mi devo mettere da parte per far passare almeno 20 patiti di bike che col viso contratto mi sfrecciano accanto con un ciao. Che faccio se un ciclista mi rovina addosso? Quando sono in bici penso la stessa cosa rispetto agli automobilisti e camminando lungo il sentiero della collina mi rendo conto che davvero “chi cammina è senza difesa, perché è colui che comincia a essere, e non finisce mai di essere piccolo” [Gilles Deleuze].
Seguo il percorso con facilità e di tanto in tanto mi fermo per guardarmi intorno: alberi, arbusti, fiori, ogni tanto un cartello che ricorda il divieto di caccia su tutta la collina. Non vedo animali e questa cosa mi intristisce, sento alcuni uccelli cantare ma non li vedo.
Tiro dritto, cosa mi aspetto di trovare una volta arrivato su? La foschia non mi permetterà di vedere granché.

Scatto un po’ di foto al sentiero e al panorama ma oggi non è giornata. Riconosco il nuovo stadio della Juventus in lontananza.
Mi concentro sul ritmo dei passi, sul lavoro dei muscoli, come quando da bambino in campagna trasportavo una cassetta con un po’ di frutta verso la macchina di papà che stava parcheggiata lassù, fuori dalla carreggiata. Cercavo di reggere il peso e la fatica, cercavo di guardare il sentiero cercando di non perdermi niente di quello che avevo intorno così da ricordare di domenica in domenica quale albero stava a segnare il punto più ripido, o da quale punto riuscivo a guardare giù verso il fazzoletto di terra che coltivavano i miei nonni. Con mio fratello facevamo a gara a chi riusciva ad arrivare per primo. Il punto d’arrivo oggi come allora è la pianura, la sfida quella di tenere d’occhio sia il sentiero sia ciò che si muove intorno.

Non incrocio nessuno, neppure altri patiti della mountain bike, sarà perché è quasi ora di pranzo.
Arriva la nebbia, inaspettatamente ho i brividi. Il Po è a diverse decine di metri alle mie spalle ma ho come la sensazione di essere quasi sulla riva. Il sentiero è ancora visibile per qualche metro ma preferisco fermarmi. I rumori del sottobosco sono cambiati, o almeno è questa la mia impressione. Sento improvvisamente delle voci alla mia sinistra, lontane e confuse. Urla come se stessero lottando laggiù, ferro contro ferro. Un arrembaggio nel bosco? Ma non sento né spari né cannonate, forse sarà caduto qualcuno in bicicletta. Provo a fare qualche passo verso le voci, ma la nebbia mi impedisce di vedere oltre un paio di metri. Le voci si allontanano, riprendo a camminare con passo deciso, lentamente la nebbia va via.

Da queste parti si è schiantato l’aereo con la squadra del Torino a bordo, penso. Mi guardo intorno nella speranza di trovare le indicazioni per raggiungere la zona dell’impatto. Avranno tirato su una lapide o qualcosa del genere, mi dico. Nelle tabelle disseminate lungo il percorso è descritta la flora, la fauna e il comportamento da usare lungo il sentiero, niente di più.

Dopo 1h e 30’ metto piede sul sagrato della basilica, sono passate da poco le 14:00, il parcheggio è pieno di auto e ci sono anche tre pullman turistici. La basilica è bella, il posto suggestivo ma non mi ispira, non mi piace granché. Nel piazzale c’è un monumento bizzarro che contrariamente al resto dei monumenti torinesi non ha neppure una targa esplicativa.
Una colonna al centro con in cima un’aquila colpita da una freccia, alla sinistra della colonna c’è un guerriero (sembra uscito dalla matita di Uderzo ma non ha niente della simpatia dei suoi personaggi) con una spada in mano puntata verso un braciere. La spada è rotta, ma credo sia stata rotta in un secondo momento. Alla base della colonna è incisa la frase “Nel nome di Umberto I° irradiato dall’aureola del martirio….” Capisco il perché dell’aquila colpita a morte: per ricordare quel re che definì la carneficina di Milano, durante i moti del 1898, un “grande servizio reso alle istituzioni e alla civiltà” e che decorò con la croce di Grand’ufficiale dell’ordine di Savoia chi guidò la repressione: il Generale Bava Beccaris (nel 1922 sempre il “feroce monarchico Bava” consigliò al nuovo re di affidare il governo al crapone di Predappio aka Benito Mussolini).

Umberto I° venne ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci.
Guardo il monumento, brutto come pochi, penso all’enorme coraggio di Gaetano Bresci.

Mi siedo su una panchina, dò le spalle all’obbrobrio e mangio un pacchetto di cracker, nella fretta non ho messo altro nello zaino. Accanto a me due signore, con le scarpe da trekking e il giusto abbigliamento per andare in montagna (hanno anche i bastoni) parlano di colesterolo e coronarie. Intorno, in sella alle loro tecnologiche biciclette, altri bikers con protezioni a gambe e braccia in stile Esercito dei cloni di Star Wars decidono percorsi e si scambiano consigli. La nebbia si è ritirata lasciando il posto a una foschia lattiginosa. Riesco a vedere il Po, la Mole, il nuovo polo universitario, il Monte dei Cappuccini. Più giù c’è la torre littoria in piazza Castello, il tribunale e le spaventose gru del grattacielo della San Paolo in costruzione lì accanto.
Se non ci fosse foschia vedrei il grattacielo della Lancia, così come l’arco olimpico e l’inutile villaggio olimpico, lo stabilimento del Lingotto. Potrei forse riuscire a intuire la posizione di Mirafiori e la fine della città, poi le Alpi laggiù. Forse anche la Sacra di San Michele e l’imbocco per la Val di Susa, la valle che resiste.
Vedrei anche le gru dei cantieri sparsi per la città. Ce ne sono molti aperti e attivi, quasi ogni quartiere ha costruzioni recentissime, tutte con appartamenti signorili in vendita direttamente dall’impresa costruttrice. Quando mi capita di dover fare la lettura del contatore in un cantiere chiedo alla persona che mi accompagna come procedano i lavori, parliamo del più e del meno, e quando chiedo se hanno venduto spesso la risposta è “non ancora”. Da mesi in alcune costruzioni sono in vendita ultimi box e prestigiosi appartamenti.
A Torino si continua a costruire o ristrutturare vecchi palazzi, le imprese sono in difficoltà, molti negozi chiudono, gli sfratti sono aumentati tanto da far meritare alla città anche il titolo di capitale italiana degli sfratti. Alcuni palazzi, di conseguenza, da tempo chiusi e/o in stato di semiabbandono, vengono occupati da famiglie rimaste senza casa.
Allo stesso tempo proliferano centri commerciali, sale scommesse, sale slot machine, negozi di telefonia e di sigarette elettroniche.

Ma anche fosse tutto limpido non vedrei i traffici di persone e di macchine, i tram, i bus e i camion. Guardare dall’alto di certo aiuta a ridimensionare, ma rende invisibile ciò che è piccolo. Come tentare di vedere il percorso della metropolitana, sotterraneo come quello del denaro.
Non vedo, ma so che è tutto laggiù. Anche il malaffare, l’illecito, il familismo. Torino non è immune dallo schifo italico. Lo si intuisce dietro le vetrine dei negozi a tempo determinato, dietro la cementificazione, dietro gli appalti senza gara. Diventa palese con le amministrazioni comunali sciolte per mafia in seguito all’operazione Minotauro. In Piemonte: Bardonecchia, Leinì e Rivarolo. Senza contare che le infiltrazioni delle ‘ndrine, per la magistratura, è evidente anche a Ciriè, Castellamonte, Chivasso, Borgaro Torinese.
Non c’è da lavorare molto con la fantasia, a volte basta fare una camminata nei boschi. Raggiungere un posto distante dal centro abitato e lasciare che la fatica faccia il suo lavoro. Lasciare cozzare i pensieri, scomporre e ricomporre le informazioni in nuove combinazioni. Lasciare evaporare il superfluo e raccogliere ciò che resta, come in una salina. Camminare permette di lasciarsi alle spalle una zavorra.
Così, dalla collina più alta di Torino traccio una linea che passa dalla basilica di Superga, attraversa lo stivale e arriva a al santuario della Madonna di Polsi a San Luca.
Le mafie uniscono, nessun luogo è lontano.

Scatto qualche foto alla città, guardo il cielo e mi ripeto che dovrei sbrigarmi.
Guardo di nuovo la basilica, decido di non mantenere la promessa che mi ero fatto e fotografo anche lei.

La fame mi fa concentrare lo sguardo sulla targa che indica il ristorante. Subito sotto ci sta quella che indica le tombe dei Savoia. L’accostamento mi provoca un po’ di nausea, tiro dritto e decido di fare un giro sul retro della basilica. A volte il retro delle cose è più interessante della facciata.
Mi appoggio al parapetto e guardo le colline verso Chieri, ci sono molte persone sedute nel prato sottostante intente a pranzare. Vedo la targa che indica la direzione per il monumento ai caduti del Grande Torino. Seguo il sentiero che costeggia la basilica. Si allontana il rumore delle comitive di turisti. All’improvviso si fa silenzio intorno, come se avessi superato la soglia di un luogo insonorizzato. Davanti a me cinque persone ferme, guardano tutte nella stessa direzione, dietro di loro il bosco della collina.
Li raggiungo, mi siedo a terra appoggiando la schiena al parapetto. Anche l’aria ha una densità diversa, è tutto più lento. Nessuno parla, al massimo qualcuno sussurra un nome. Guardo in alto e realizzo che l’aereo si è schiantato contro il retro della basilica – che non è stato restaurato -, non contro la collina.

Scatto un po’ di foto, così tengo a bada l’emozione. Scosto una sciarpa per fotografare i lati del monumento, cerco di muovermi con leggerezza, controllando il peso e i movimenti. Torno a sedermi e leggo lentamente i nomi dei giocatori, dell’equipaggio e dei giornalisti. Guardo le bandiere, le sciarpe. Faccio scivolare lo sguardo sulla parete dell’impatto, i pilastri rimasti in piedi, le orbite vuote delle finestre.
Mi tiro su e lentamente continuo lungo il sentiero che gira intorno alla basilica. Mi vengono incontro due ragazzi, avranno 15 anni, uno dice all’altro: facciamo silenzio adesso, per rispetto più che altro.
L’amico annuisce tenendo sotto il braccio un pallone giallo.
Respiro forte e allungo il passo.

Bevo a una fontana prima di riprendere il sentiero e iniziare la discesa.
Anche il trenino è pronto per tornare a valle, un fischio, chiudono le porte e comincia ad andare giù. Lo guardo scomparire dietro la prima curva, mi avvio anch’io.
Davanti al cancello della villa che sta proprio sotto la stazione stanno sdraiati due cani, due bassotti – cani tendenzialmente poco socievoli -, si tirano su nervosi appena mi vedono, cominciano ad abbaiare. Mi avvicino, fossero due cani più grossi non lo farei con lo stesso piglio, e uno dei due salta in avanti e prova a mordermi. Mi pizzica i pantaloni all’altezza del polpaccio e schizza via. L’altro continua ad abbaiare a distanza. Ricevuto il messaggio, vado via.
Il peso della discesa comincia a farsi sentire da subito sulle ginocchia, decido di rallentare il ritmo.
Mi fermo un attimo a fare pipì fra gli alberi guardando in alto sulla mia testa il cielo bassissimo e lattiginoso.
Vedo una foglia enorme cadere a pochi passi da me, chiudo gli occhi e sento il suono al suo arrivo a terra.
Riprendo il cammino. Si apre fra gli alberi un corridoio dritto, che taglia il sentiero. Giù a circa venti metri vedo una bici a terra, poco lontano due uomini a terra: uno seduto tiene l’altro, sdraiato, per le spalle e la testa. Vedo le due donne che sulla panchina parlavano di diete e coronarie, una delle due è attaccata al telefono. Qualche metro ancora più in giù c’è un altro tizio che ha mollato la sua mountain bike, anche lui attaccato al telefono. Raggiungo il gruppo e vedo che il tizio sdraiato a terra sta riprendendo conoscenza dopo un brutto volo dalla bici. Ha battuto il viso e il petto, respira normalmente. Vuole alzarsi in piedi ma, vista la situazione, lo convinciamo a restare sdraiato. Un cellulare squilla, è tua moglie dice il tizio seduto, forse è meglio se rispondo e dico quello che è successo.
Se l’è vista brutta, mormora l’altra, meno male che aveva il casco.
L’altro tizio è ancora al telefono con i soccorsi, apre una cartina e dà spiegazioni per raggiungere il sentiero. Discussioni se è il caso o meno di usare l’elicottero. Voi andate pure, ci dicono, è inutile restare qua.
Riprendo la discesa, le due donne mi precedono di qualche metro, mi dicono che non lo hanno visto cadere ma che sono arrivate per prime, dopo qualche istante gli altri due in bicicletta.
E non erano insieme?
No, lui era da solo, gli altri due sono arrivati dopo.
Dovranno venire con l’elicottero, dice l’altra, come si fa a venire qua in barella? e poi come lo riportano giù?
Arriviamo al ponte del Bajno, in poco più di mezz’ora. La discesa è durata in tutto un’ora.
Sentiamo il rumore dell’elicottero, ci salutiamo.
Stacco la bici, attraverso il parco del Meisino, guardo il fiume che scorre lento.
Passo in rassegna ciò che ho percepito durante la passeggiata:
il rumore delle foglie,
l’abbaiare dei cani,
il raglio di un asino,
il silenzio;
il cinguettio di uccelli che non so nominare,
il rumore dei copertoni sul terreno,
quello dei freni;
il rumore dei miei passi fra le foglie,
sui sassi;
il rombo di un aereo,
il ronzio di mosche e zanzare;
il rumore di pietre rotolanti,
quello di una battaglia nella nebbia,
l’odore del sottobosco,
il mio pungente.
Il suono dell’acqua.

Pesto sui pedali, sento che muscoli diversi si mettono al lavoro.
La città è di nuovo ad altezza di sguardo, sotto le ruote della bicicletta. Raggiungo il quartiere dove abito, mi siedo su una panchina e guardo le persone in giro da sole, i gruppi di adolescenti, le famiglie. Il cielo è sempre basso, ma non è venuta giù neppure una goccia.

Torino diverge totalmente dall’idea di città fabbrica che avevo in testa anni fa, diverge dall’immagine divulgata dalle riviste. Come in alcune sculture di Arnaldo Pomodoro, ciò che è interessante è sotto la superficie. Emerge, ma bisogna intervenire.
Torino è fatta a strati, è sotto se stessa. Basta scavare.

Note: la citazione di G. Deleuze è tratta da L’immagine-movimento, ubulibri, p.213-214
ai link numerati alcuni articoli di giornali sull’operazione Minotauro 1; 2; 3;

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