Diario di zona, primo allegato

(Questo testo l’ho scritto intorno al 15 di Agosto e pubblicato pochi giorni dopo sul blog di Fùtbologia. Colgo l’occasione per ringraziare Christiano e la redazione per la richiesta e per la fiducia. Lo ripropongo su Satyrikon perché fa parte del lavoro di mappatura e narrazione che sto portando avanti con il diario di zona)

Il corpo morto del Filadelfia e ciò che resta.

Di solito nelle città i luoghi di interesse storico sono indicati da una apposita segnaletica lungo le strade principali. Per raggiungere il vecchio stadio del Torino non vedo nessuna targa, nessuna indicazione.
Il museo della Sindone, ad esempio, è ben indicato. Il Filadelfia no, perché?

Percorro in bicicletta via Madama Cristina, c.so Bramante e via Giordano Bruno. Forse non è il percorso migliore, ma è uno dei possibili. In giro c’è poca gente, è la prima settimana di Agosto, ci sono circa 30° e siamo a metà mattina. Mi fermo a fotografare una bici legata alla fermata del tram, ha il cerchione della ruota anteriore piegato.

Arrivo in via Giordano Bruno, in testa girano un po’ di pensieri: come farò a entrare? A chi chiedo, al bar di fronte allo stadio? O forse è meglio chiedere al Signor Vincenzo, il ciabattino? Va bè dai, al massimo il Filadelfia lo fotograferò da fuori.

Faccio il giro dello stadio in senso antiorario: via Spano, via Tunisi, via Filadelfia, poi torno in via Bruno.
Il corpo morto del Filadelfia è rinchiuso all’interno di una recinzione da cantiere, alta un paio di metri o poco più. Oltre questa però non c’è nessun cantiere, la vegetazione cresce rigogliosa. Il campo d’allenamento su via Tunisi è un boschetto.
Il recinto che hanno tirato su dopo l’abbattimento dell’intera struttura nel 1997 non è sufficiente a trattenerne la tristezza. Non isola, non protegge, non nasconde. La recinzione non fa nulla se non sottolineare che lì c’è un luogo in rovina.
Se fosse intervenuto Christo e l’avesse impacchettato per bene nel 1997, forse una rinascita del Filadelfia ci sarebbe stata davvero. Forse.

I negozi sono tutti chiusi, chiuso il bar dove contavo di raccogliere un po’ di aneddoti e magari le chiavi per entrare. Mi dovrò arrangiare.

Lego la bicicletta all’angolo di via G. Bruno con via Spano, poche persone intorno. Comincio a scattare un po’ di foto, i resti dello stadio si distinguono appena tra la vegetazione. Gli alberi e gli arbusti sono sensibilmente più alti e folti dell’ultima volta che ho lavorato in questa zona.
Il bordo della lamiera è tagliente, ho in tasca un fazzoletto di cotone e lo uso per proteggere il palmo della mano. Metto un piede sul basamento in cemento e riesco a ficcare la punta delle scarpe sotto la lamiera. Ho un appoggio di un paio di centimetri e grazie al fazzoletto riesco a tirarmi su. Con la mano libera comincio a scattare un po’ di foto.

Fotografo le more, le porte, gli alberi e il cemento marcio delle gradinate. In alcuni punti la prima recinzione è stata divelta, potrei infilarmi dentro e provare a entrare nel campo. Ma per far cosa? Non ho portato neppure il pallone. Mi chiedo cosa potrebbe vedere un turista calciofilo. Dei resti mal conservati, pochi denti cariati in una bocca vuota. Passo un’ora a scattare fotografie.

Un postino ferma la sua moto a un paio di metri da me:
– Che dici, lo rimettono a posto? Sarebbe bello. E te lo dice uno juventino.

Inforco la bicicletta, faccio un ultimo giro cercando di trovare qualcos’altro da fotografare, un segno di vita all’interno di quel posto che sembra essere condannato. Gli spalti non esistono più, niente tribune, niente parterre, ma al centro l’erba del campo è tagliata e le porte sembrano essere in buone condizioni. Qualcuno mantiene in buone condizioni il rettangolo da gioco. Questo è ciò che resta. Quello che continuavo a cercare, pur avendolo davanti all’obiettivo della macchina fotografica.

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