Diario di zona, nona pagina

Suona la sveglia, mi tiro su, fuori sta facendo giorno. Accendo il cellulare, mi arriva il messaggio del caposquadra: puoi fare ‘ricevi’, ciao. E io che pensavo si fossero dimenticati.
Il palmare ha la batteria carica, avvio la procedura per scaricare le zone dal server dell’azienda.
Nel frattempo mi preparo, faccio colazione.

Quartiere Borgo Po: Zone 540 e 542 comprese fra via Villa della Regina (lato destro), C.so Moncalieri e C.so Lanza. A dividere le due zone c’è C.so Fiume (il lato sx è della 540, quello a dx della 542)

Una maxi zona che non conosco, in cui lavorerò per almeno cinque giorni.
Mi piace affrontare nuove zone di Torino, incontrare altre persone, percorrere vie che altrimenti non avrei ragione di percorrere e osservare da angolature diverse una città davvero bizzarra. Il lavoro, in questi casi, procede un po’ più lentamente proprio perché non conosco le strade, la tipologia delle cantine, tanto meno il tipo di accoglienza che viene riservata a chi suona al citofono o alla porta e via discorrendo.

Monto in bici e raggiungo la prima zona in poco tempo, è relativamente vicina a casa.
Alla fine di via Po si apre piazza Vittorio e oltre il ponte di pietra c’è la chiesa della Gran Madre.
Guardo la chiesa e, pur riuscendo a riconoscere in quello che vedo un edificio interessante, sento un certo disagio. Non so spiegarmi il perché, ma c’è qualcosa che non mi piace in quell’ammasso di pietre, cemento e ferro. O forse sono io che sono mal disposto. Non so.

Percorro pochi metri sulla pista ciclabile che si srotola sul marciapiede destro di c.so Moncalieri e mi fermo subito per fare la prima lettura all’interno della Società Canottieri Esperia. Mi accoglie una donna di colore a cui spiego il lavoro che devo fare. Dice di non sapermi dare informazioni, ma che il suo collega lo sa di sicuro.
Mi accompagna attraverso i locali dell’edificio, dalle vetrate del ristorante la vista dell’acqua è pacificante. Scendiamo nella rimessa dove sono sistemate le imbarcazioni e sbuchiamo sulla terrazza che dà sulla riva destra del Po.
Aspetti che chiamo il mio collega, mi dice.
Mi fermo ad aspettare sulla terrazza che dà sul fiume. Mi viene spontaneo tentare di immaginare fra le mura della società i pargoli dell’élite torinese alle prese con il nobile sport del canottaggio, all’inizio del ‘900. Il mio pensiero va al capitano Salgari che all’epoca non penso poté attraversare questi saloni. Ma magari mi sbaglio.
Il collega della signora è un omone con un bel sorriso, arriva a grandi passi.

Non sei il solito vero? Quello entra e fa tutto da sé, dice.
Attraversiamo il parco parlando del circolo, del lavoro. La donna di prima spunta da una finestra:
Buongiorno signore.
Buongiorno a te, bella signora.
Ridono.

Parla un buon italiano, chiedo quali siano le sue origini. Mi dice che è originario del Congo, che vive in Italia da 10 anni e finalmente due anni fa è riuscito a farsi raggiungere da sua moglie: la donna che mi ha accolto poco prima.

Faccio la prima lettura senza difficoltà, l’omone mi aiuta a tenere su un pannello di lamiera piuttosto grande; il secondo contatore è oltre la recinzione, sul marciapiede, e senza il suo aiuto non lo avrei mai trovato: un pilone di cemento che serve a evitare il parcheggio selvaggio è stato spostato proprio sopra il tombino. Mi dice che capita spesso che qualcuno riesca a spingere con il paraurti il blocco di cemento, quel tanto che basta per potere parcheggiare. In due cominciamo a spingere e dopo un po’ riusciamo a spostarlo. Finito il lavoro saluto e vado via. Un sorriso solare mi accompagna.

Attraverso il corso e imbocco via Villa della Regina. Comincio a suonare.
Due signore con carrello a seguito mi guardano ferme all’angolo della via, una di loro mi dice:
Non perda tempo, la signora è anziana, non aprirebbe neppure al Papa.
La capisco, dico, al Papa non aprirei neppure io.
Le signore mi guardano un po’ stranite, passo al civico successivo.
La zona è residenziale, i negozi sono distribuiti lungo c.so Moncalieri. I palazzi sono belli, molte le case unifamiliari e pochi i condomini. Guarda caso sono proprio i condomini le abitazioni in cui riuscire a entrare a lavorare è un po’ più complesso.

Buongiorno signora, devo fare la lettura del contatore dell’acqua. Avrei bisogno della chiave della cantina. Mi può aiutare?
La vada a raccontare a qualcun altro. Imbroglione!

La strada si inerpica, alleggerisco il rapporto e pesto sui pedali. Arrivo fino in cima alla salita, fino ai cancelli della residenza sabauda, lungo la strada ci sono cantieri per il teleriscaldamento. Anche oltre i cancelli della villa c’è un cantiere in attività.
Guardo la città dall’alto, la vista è incantevole: la Gran Madre (che da lontano non mi turba più di tanto), il Po e i Muri, piazza Vittorio Veneto, la Mole, piazza Castello e la città che si allunga verso le Alpi, visibili laggiù in fondo.
Bevo un sorso da una fontanella e riparto, alla fine di via Lanfranchi c’è la sede della Società mutuo soccorso e degli imbianchini di Borgo Po. La sede è chiusa, scrivo sul palmare l’orario di apertura, scatto una foto al civico e riparto.

Poco lontano c’è una casa dalla forma bizzarra, squadrata, austera e insolita: una stanza con le pareti di vetro si prolunga un paio di metri oltre la facciata sul cortile, drappi cadono dal tetto fino al giardino in basso dove ci sono sculture e gabbie di piccioni. Devo fare la lettura pure lì. L’utenza è intestata a Ezio Gribaudo e l’edificio che sto ammirando è il suo studio. Suono al citofono ma non c’è nessuno, dovrò tornare pure qui. La giornata promette un notevole quantità di salite e discese e i muscoli delle gambe sono già duri come pietre.
Mi fermo un attimo a prendere un po’ di appunti.
La penna si inceppa, scrive a tratti. Traccio segni muti sul quaderno. Incido la carta.
Intorno un via vai di auto e a un certo punto comincio a sentirmi osservato. Da sotto la visiera del cappello dò uno sguardo e vedo una macchina della GdF a 6-7 m da me. Continuo a scrivere. Dò un’occhiata al palmare per la prossima lettura da fare. Metto in tasca il taccuino e mi incammino.
Si muoveranno appena avrò girato l’angolo, penso, oppure non cercano me. Ma perché dovrebbero? Non ho avuto discussioni con nessuno, la bici che continuo a legare e slegare è mia. Sarà per il cartellino dell’altra volta? Ma no, dai. O forse cercano il tizio che ho incontrato già stamattina, uno di quelli che lavora per le varie Eni/Iren/Agip che con la storia del “per voi non cambia niente, pagate solo meno” fa fare il passaggio dal mercato vincolato al mercato libero di gas ed energia elettrica e magicamente le bollette iniziano a volare altissimo.
Va a vedere che qualcuno s’è infastidito e li ha chiamati per controllare. E ora osservano me. Va beh, vedremo.
Giro l’angolo e mi fermo davanti al portone del 5 di via Biamonti. Il tempo di suonare al citofono e sento che un’auto si è fermata alle mie spalle.

Buongiorno, mi dice l’agente seduto sul lato passeggero.
Buongiorno.
Che mansione svolge?
Lettura dei contatori dell’acqua.
Ah, l’acqua – dice al collega quello che sta alla guida – non gas.
E li legge bene i contatori? mi chiede, sorridendo, il primo.
Abbastanza.
Buon lavoro.
Grazie.

Fanno retromarcia e si riposizionano dove erano parcheggiati poco prima.
Nel frattempo un paio di auto dei CC incrociano lungo via Villa della Regina.
Mi sposto in C.so Fiume, lego la bici e comincio il giro degli edifici in cui c’è il custode, così da poter fare le letture prima che vadano in pausa e non rischiare di dover rimandare al pomeriggio.
Piccola curiosità: un custode, oltre a un numero imprecisato di collane e bracciali, porta un anello al dito decisamente fuori misura. Incuriosito chiedo che simbolo sia. Niente simbolo, mi dice: è una moneta preromana, mi piaceva e l’ho fatta incastonare.
Elegante davvero.

Mi concedo una pausa caffè in un grazioso bar pasticceria. La signora truccatissima che sta alla cassa e i baristi col completo giacca e cravatta mi rivolgono in sincrono lo stesso sguardo nel preciso momento in cui varco la soglia del locale. Mi fermo un attimo, passo in rassegna i volti della signora, dei due baristi, ricevo e decodifico il loro sguardo e decido di fregarmene. Voglio bere un caffè in un locale pubblico, spero solo che il caffè sia buono e non acqua sporca. Gli altri clienti stanno sorseggiando il loro caffè/cappuccino/bicerin e continuano a parlare. Il locale è piuttosto ampio con tavoli ripieni di dolciumi. Prendo una brioche e mi sistemo nell’unico angolo libero del minuscolo banco del bar. Una delle signore al banco dice a un’altra che appena potrà andrà un fine settimana a Parigi, per fare un po’ di shopping. Ha trovato un bed & breakfast carinissimo in “non ricordo più che strada”, e con poco più di 700€, viaggio compreso, si può fare un fine settimana davvero rilassante.
Aspetto il mio caffè. La brioche è sul piattino, sembra buona. Fra completi giacca & cravatta e tailleur il mio completo della SIR spicca decisamente per taglio, unicità di colore e brillantezza delle bande catarifrangenti che avvolgono le gambe all’altezza dei polpacci.
Penso a Iggy Pop che si dimena sulla passerella di Armani, senza una ragione precisa. Sorrido e sorseggio il caffè. Mangio la brioche e penso che forse sono prevenuto a sentire ostilità negli sguardi che mi hanno accolto nel bar. Poi mi dico che se c’è qualcosa che ho imparato è fidarmi delle mie sensazioni, accettarle, metterle in dubbio se è il caso, ma evitare di sminuirle.
Nel frattempo è tutto un frizzare di saluti fra la signora della cassa e le signore dello shopping, fra le signore e i due baristi agghindati.
Con calma finisco di bere il caffè, ringrazio e vado alla cassa a pagare. I miei soldi alla fine hanno lo stesso colore degli altri, una volta fuori dalle tasche.

In via Sommacampagna incontro la targa in cui si ricorda Bruno Caccia: stroncato da mano assassina nel pieno della sua lotta contro il crimine.

Nella zona precollinare ci sono molti edifici di proprietà di diversi enti religiosi, molte le scuole/asili.
Una di queste istituzioni è quella delle Suore di Carità di Santa Maria, in via Curtatone. Supero il check point dichiarando cosa sono andato a fare e mostro il tesserino aziendale. La suora per sicurezza chiama una consorella e apre la porta. Aspetto che arrivino le chiavi e sotto lo sguardo vigile delle due mi guardo intorno. Leggo che l’ordine fu fondato da Maria Clarac, il cui “desiderio di imitare cristo fino alla croce in un dono totale di sé” la spinse a desiderare e chiedere di andare in Africa. Leggo che ancora nel febbraio del 1940 alcune sue figlie partirono alla volta di Gimma in Etiopia, allora colonia italiana, dove impararono che “servire è una conquista quotidiana”.
Mi chiedo se non sia il caso di segnalare alla suora, che mi osserva da dietro il vetro, che mi sono fatto sbattezzare. Ma forse lo intuisce, è per questo che mi piantona. Sorrido, la suora non ricambia il sorriso, resta serissima.
Arriva una terza suora con la chiave, mi accompagna in cantina, faccio il mio lavoro e finalmente vado via.

Torno in via Lanfranchi, la trattoria della Società di mutuo soccorso è aperta. Entro e chiedo di poter fare la lettura del contatore. È da poco passata l’ora di pranzo e c’è ancora un po’ di gente, aspetto che qualcuno si liberi per potermi accompagnare in cantina. Sulla parete a destra c’è un elenco dei soci onorari fra cui:
Giorgina Arian Levi;
Bianca Guidetti Serra, partigiana.

A volte trovo annotazioni strane, bizzarre, lasciate dai colleghi. A volte lascio perdere le indicazioni e cerco semplicemente di suonare al citofono che mi trovo davanti e vedere un po’ cosa succede. La lettura da fare è presso l’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario in via Giardino ma la nota dice di lasciare il modulo per l’auto lettura in c.so Fiume.
Potrei lasciare il modulo nella buca delle lettere e andare avanti. Ma perché, mi dico, non provare a vedere com’è fatto un istituto di fisica interplanetaria? Così suono al citofono, mi presento e entro negli uffici. Mi accolgono due impiegati incuriositi dalla richiesta ma che non possono aiutarmi, visto che il collega che si occupa della cosa non c’è e loro non ne sanno nulla.

Lì sotto è un labirinto, non sappiamo dove possa essere questo contatore.
Lì sotto, dove?
Sotto il Monte dei Cappuccini.
Davvero?

Lì sotto, mi dicono, c’è un ex rifugio antiaereo dove da qualche anno sono stati installati i laboratori dell’Istituto.
Comincia un giro di telefonate per rintracciare qualcuno che possa aiutarmi a fare la lettura del contatore. I minuti passano, rischio di perdere tempo ma spero che trovino qualcuno. La curiosità di fare un giro in un ex rifugio antiaereo che è anche laboratorio scientifico è forte.
Rintracciano in tizio che si occupa di compilare il modulo che il collega lascia di solito, me lo passano così che ci si possa mettere d’accordo. L’uomo delle chiavi, gentile fino allo sfinimento, mi dà appuntamento per il pomeriggio, ringrazio e riparto.

Entro in un bar, un altro, giusto dalla parte opposta a quello della triade in completo e tailleur. Nell’aria Bang and Blame e immagini della mia adolescenza mi tornano a danzare in mente. L’atmosfera è rilassata, mi portano nella loro cantina, faccio la lettura e torno in strada. Passa davanti al bar una ragazza in minigonna e stivali. La primavera si avvicina ma l’aria è ancora piuttosto fresca. In giro nessun altro esemplare femminile sfoggia la stessa mise. Il pezzo di mondo compreso fra i semafori di c.so Fiume/C.so Moncalieri e via Manara rallenta per pochi secondi.

Il motore di uno scooter lanciato verso p.za Crimea scende di giri fino a diventare un leggero borbottio. Il cane portato a fare i bisogni nell’aiuola centrale di c.so Fiume si ferma immobile, il suo padrone immobile anche lui ammira la ragazza. La signora che chiede l’elemosina all’angolo del palazzo ha uno sguardo indignato, almeno così mi pare. Il foglio che tiene in mano, con su scritte le ragioni della sua richiesta di denaro, le si inclina verso il grembo diventando illeggibile. La sfera della mia bic si impunta sul foglio. Il giallo del semaforo diventa eterno. Una foglia trema. Una voce risuona alle mie spalle: Guardo guardo, certo che guardo. Sono maschio, io. Che faccio? Non guardo?

Il mondo riprende a scorrere alla solita velocità, la ragazza si allontana a grandi falcate.

In via Volturno incontro la targa a Giuseppe Perrone, partigiano.

Le ore scorrono, torno in c.so Fiume per l’appuntamento con il tizio dell’osservatorio. Avrà all’incirca la mia età, zaino enorme in spalla che stona con camicia e la cravatta un po’ storta. Gentilissimo, si scusa per il ritardo infinitesimale e ci avviamo verso il laboratorio. Parliamo del più e del meno e in poco tempo passiamo dal lei a tu. Mi spiega che i laboratori sono stati messi sotto il monte perché sia la temperatura che l’umidità si mantengono stabili. Mi dice di non aspettarmi troppo, alla fine è solo un laboratorio con qualche macchinario, che le rocce non sono un granché e i meteoriti, beh i meteoriti sembrano calcinacci. Niente di che dallo spazio.

Apre il cancello del laboratorio/rifugio. Un corridoio si addentra nella collina, compie diverse svolte sia a destra che a sinistra (questo per smorzare lo spostamento d’aria provocato dall’esplosione delle bombe). Cerco di immaginare le persone stipate lì dentro durante i bombardamenti e comincio ad avere i brividi. Un po’ di claustrofobia inizia a pizzicare.
L’aria è gelida e man mano che ci inoltriamo lungo i corridoi diventa ancora più fredda, il sudore mi si gela addosso. Dopo un po’ di giri troviamo il contatore, in pochi secondi sbrigo il lavoro e il mio accompagnatore mi chiede: ti dispiace se faccio il giro di controllo ora che sono qua?
Figurati, non aspettavo altro.
Ripercorriamo a ritroso un paio di corridoi e chiedo se ci sono meteoriti nel laboratorio. Mi dice che ne è arrivato uno da pochi giorni ed è proprio in quel laboratorio che siamo diretti.
Al centro della sala c’è un cubo di due metri di lato, fatto da una doppia fila di mattoni di piombo ognuno di 20 cm, al centro del cubo al riparo da interferenze e contaminazioni, c’è il meteorite. Chiedo il permesso e appoggio la mano su una parete del cubo. Non credo di essere mai stato tanto vicino a qualcosa che arriva dallo spazio.
Intorno ronzano diverse apparecchiature, il computer che registra i dati (almeno una parte) è un vecchio pc Intel 3.86. Funziona benissimo, mi dice, e con i tagli che ci sono stati si fa durare tutto il più possibile.
Il palmare che uso per scattare le foto e prendere le letture è più complesso del 386 in dotazione all’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario di Torino, penso che sia una sproporzione ridicola. Con i nuovi tagli minacciati dall’establishment economico-politico italiano, la situazione diventerà drammatica. Il meteorite se ne frega della crisi e siamo in una situazione decisamente idiota, non solo se visto dallo spazio.

In via San Fermo c’è la targa a Felice Fiori, volontario garibaldino.

Incontro una coppia di custodi, marito e moglie, che mi affrontano a muso duro. Spiego il lavoro che devo fare, si tranquillizzano, mi dicono che da tanto non andava nessuno per la lettura del contatore. Cominciamo a parlare del più e del meno e chiedo com’è vivere a Torino, per loro che sono rumeni. Mi dicono che hanno un po’ di nostalgia per la Romania.
Siamo nell’androne, lei abbassa la voce e mi spiega:
Questi piemontesi non sono comunicativi, sono un po’ freddi. Qualcuno ha lasciato un paio di buste della spesa nelle scale il fine settimana. Nessuno ha suonato a noi per dire “di chi sono?”. Mio marito le ha trovate e le ha portate all’ultimo piano alla signora che le ha dimenticate. Qui, non so, nessuno conosce il vicino di casa. Tutti fanno buongiorno, ma sono indifferenti.

In via Thovez c’è un Istituto Salesiano, un altro liceo paritario. Impossibile non notare l’alta densità di minicar parcheggiate davanti alla scuola. Ne conto 19 ferme e 6 che ronzano su e giù per la strada. Nessuna bicicletta, nessun motorino. Poco distante c’è un minigolf, dovrei fare la lettura del contatore anche lì ma è chiuso, lascio il modulo e vado a fare la lettura del contatore della scuola. Nessuno sa dove siano le chiavi del locale caldaia, sto fermo nel corridoio della scuola, guardo i tre teleschermi su cui scorrono le foto delle gite/viaggio di istruzione dei ragazzi. Aspetto. Poi qualcosa accade, le chiavi spuntano fuori, qualcuno mi accompagna e attraversiamo in silenzio il cortile della scuola. Silenzio ovunque.

Le case sono davvero belle, la più bizzarra in zona è la Casa dell’Obelisco in piazza Crimea. Lì non sono riuscito a entrare.
Tutte le altre, inoltrandosi verso la collina, hanno un giardino e sono sistemate in modo tale da non rovinarsi la visuale una con l’altra. Il contatore dell’acqua spesso è posizionato in una cassetta esterna ricavata nel muro di cinta della casa, capita che in una cassetta ci siano più contatori. Alcune invece hanno il contatore in un tombino all’interno della recinzione, quindi è necessario entrare in casa. Trovo un signore in giardino, ha l’aria di aspettare che arrivi qualcuno. Mi vede e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Spiego cosa devo fare, mi fa entrare e mi indica il tombino. Il consumo è piuttosto alto e indico anche dov’è la perdita, basta un idraulico per mettere le cose a posto. Mi dice che ha appena venduto la casa e che sta per trasferirsi, la perdita che ho trovato la segnalerà al nuovo proprietario, lui ora non ha voglia di occuparsene. Chiedo quanto vale una casa come la sua, così per curiosità. Mi dice che siamo intorno al 1.500.000,00€: è in una zona monumentale della città, ha il giardino, è una casa d’epoca. Il nuovo proprietario potrà ricavarci almeno tre appartamenti, è un avvocato.
Guardo il panorama che si gode dalla casa, questo al momento posso tranquillamente permettermelo.
Inutile dire che sono le berline di lusso, i fuoristrada, le macchine sportive e i SUV la maggioranza delle auto parcheggiate nei giardini. C’è anche qualche trucido cartello che avvisa di “stare attenti al cane e al padrone” con su disegnate le sagome del cane ringhiante e di un omino con la pistola.
Torno verso il Po, il lavoro in questa zona sta per terminare.

All’interno di un androne in via Mentana incontro la targa dedicata a Carlo Valsasna.

Mi dica: che vuole?
Buongiorno, come ho già detto alla signora poco fa, dovrei fare la lettura del contatore dell’acqua.
Ed è in cantina?
Sì.
Ma, scusi, quale acqua?
Quella che scorre quando apre il rubinetto, ha presente?

L’ultima lettura è in c.so Moncalieri, nei presi del Parco Caduti dei lager nazisti 1943 – 1945
Il Po fluisce lento, canottieri scivolano sull’acqua scura, alcuni bambini giocano nel prato.
Monto in bici, settimana chiusa, torno a casa.

Neil Young – Revolution Blues

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